Una passeggiata in centro.

Nota introduttiva: dato l’argomento trattato, e l’alta dose di qualunquismo idealista presente nell’atmosfera, ogni parola di questo post è stata scelta con cura e riguardo al fine di limitare le accuse di razzismo nei confronti del sottoscritto.
Come promemoria, metto qui la prima definizione di razzismo che ho sottomano, quella di Wikipedia:
Nella sua definizione più semplice, per razzismo si intende la convinzione preconcetta e scientificamente errata (come dimostrato dalla genetica delle popolazioni e da molti altri approcci metodologici), che la specie umana sia suddivisa in “razze” biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, con la conseguente idea che sia possibile determinare una gerarchia di valore secondo cui una particolare e ipotetica “razza” possa essere definita superiore o inferiore a un’altra.

L’altro giorno ero in anticipo su un appuntamento. Ero in centro, in via Dante. Decido di approfittarne. Prevedo un giro in libreria, e un’occhiata ai saldi che fanno in una catena economica di abbigliamento uomale maschiale.
Sono una persona abbastanza urbana ed educata. Per cui ho delle difficoltà a tirare dritto, guardando per terra, evitando gli esseri umani impegnati della distribuzione alternativa di opere cartacee.
Mi manca quel favoloso aspetto, tipicamente italiano, denominato: furberia stradale. Non ti guardo, non ti sento, se mi chiami non mi volto. Non sono dotato di quella capacità splendidamente italica, una vera e propria eccellenza nazionale, di vedere con la coda dell’occhio l’ambulante in avvicinamento per poi scansarlo con finte di corpo, palleggi e deviazioni repentine del percorso.
Per cui, vengo fermato.
Ne segue un lungo dialogo dove scopro che l’usuale sistema economico, basato sul rapporto tra domanda e offerta, è stato concettualmente ribaltato. Sono io che devo dimostrarti, al di là di ogni ragionevole dubbio, che non mi interessa il prodotto che vendi tu.
Dato che il venditore ci tiene ad essere proprio proprio sicuro che i suoi libri non rientrano nella mia wishlist, servono almeno venti minuti per raggiungere tale certezza. Stabilito che sì, il mio disinteresse verso i titoli in catalogo è genuino, segue un’accurata indagine tributaria.
Ora bisogna accertare la mia possibilità di effettuare una donazione in contanti.
Il mio essere nato in occidente, il mio avere in tasca un bancomat, l’avere un lavoro, possedere una casa, sono tutti fattori che automaticamente fanno di me un mostro. Il senso di colpa deve erodermi dall’interno. E arrivati a quel punto, bisogna palesare all’ambulante, oltre a una copia della denuncia dei redditi, anche una corazza emotiva fregauncazzistica, e allontanare o allontanarsi dal soggetto senza timore, cortesia o riguardo per la persona. Cosa che non riesco a fare. Prendo un euro che ho in tasca e lo consegno al distributore alternativo di libri, ora questuante, perché il suo è un impegno lavorativo poliedrico. Pago la tassa per poter esercitare la mia bastarda libertà individuale di farmi, in via del tutto eccezionale, i cazzi miei in centro.
Però. Poi mi chiedo: il mio esattore si porta dietro dei libri. Come fa l’editore/distributore alternativo, a dimostrare, tipo al fisco, che nessuno dei suoi solerti e affabili uomini dispiegati sul territorio fa la mezza con lui degli oboli che incassano?
Di sicuro ci saranno delle normative fiscali che regolano questa faccenda, regole che non conosco perchè non lavoro nel ramo.
Comunque, durante il terzo grado, e la successiva transazione, il venditore di libri mi tocca più volte. A me non dispiace essere toccato dagli sconosciuti. Mi sta bene. Toccami pure, non c’è problema. Quella è una delle poche eccellenze italiane che ho imparato e che accetto. Tocchiamoci, abbracciamoci, pippirì pippirì pippi pippi piripipì. Purtroppo non posso fare a meno di pensare a quei gelidi, inumani, algidi, insensibili paesi del Mondo dove il toccarsi è percepito in modo diverso. Culture in cui il toccarsi, anche tra conoscenti, per dire in ufficio, è regolamentato e gestito in modo preciso. Aridi popoli dove lo spazio personale è inviolabile per uno che non sia un tuo parente, o un individuo autorizzato da te. Penso anche al mio amico Luigi, che è uno abbastanza normale a vederlo, ha un lavoro, fa le sue cose, va avanti con la sua vita, però soffre della sindrome di Asperger. Se lo tocchi, lui si mette ad urlare agitandosi sul posto come il metronomo degli Slayer.
Luigi non passa mai in via Dante, per sua fortuna. Altrimenti, credo, scoprirebbe che come in sasso, carta, forbici, la distribuzione di libri con metodi alternativi batte la sua serenità personale.
Batte anche la mia libertà individuale. E a me questa cosa sta parecchio sul cazzo, al di là di ogni mia possibile esagerazione iperbolica.
Pagato il dovuto, mi infilo nel negozio di vestiti. Dove non compro nulla perchè, essendo grasso e goffo, non riesco a provare agevolmente i vestiti in un camerino di un metro quadrato. Anche se, grazie allo stesso tipo di software che prevede l’andamento dei detriti durante le demolizioni dei palazzi con il tritolo, riesco a capire come funziona la fila per provare gli abiti. Ma questa è un’altra storia.
Passo in libreria.
Sono un porco maiale perverso e ignobile, quindi mi metto a guardare i libri erotici della Taschen, e poi, per lo stesso motivo, quelli di cucina.
Sono sinceramente dispiaciuto che quella libreria abbia un catalogo per me più interessante rispetto a quello proposto dal venditore ambulante. Però è così, e non posso farci nulla. Perdonami, penso.
A quel punto mi sento toccare una spalla.
E’ un signore di mezza età. Mi chiede direttamente l’elemosina in negozio.
Mi dispiace in modo sincero che la società moderna non riesca a comprendere le intime e secolari istanze della cultura nomade, e che di fatto non abbia più bisogno di addestratori di cavalli, suonatori di violino, esperti artigiani del metallo. Mi rincresce, così come mi rincresce che il calzolaio sotto casa dei miei abbia chiuso perchè oggi quasi nessuno si fa riparare le scarpe.
Non credo che il calzolaio sotto casa dei miei ora campi facendo un part time sulle scale della metropolitana con un minorenne addormentato in braccio, ma anche questa è un’altra storia.
Dal mio punto di vista, il questuante in negozio non fa altro che esercitare un suo diritto, visto che i venditori di rose entrano nei ristoranti, perchè lui non può chiedermi dei soldi mentre decido se comprare o no Motel Fetish?
Ne segue quindi una nuova accurata indagine tributaria, atta a stabilire la mia disponibilità di incrementare il PIL del suo clan con un finanziamento a fondo perduto.
Diniego. Egli non insiste. Se ne va a chiedere la stessa cosa a una signora che sta esplorando l’universo attraverso un libro Pop-Up.
Ero in anticipo su un appuntamento. Ora non lo sono più.
La prossima volta mi chiudo un un bar e se devo comprare qualcosa lo faccio da internet.

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