La beffa più grande che il fascismo abbia mai fatto è stata illudervi che non esistesse.

Uno dei risultati per me più sconvolgenti del governo Felpo-Stellino è stato quello di incendiare il dibattito sul ritorno del fascismo. Migliaia di articoli, post, frasi e concetti, diffusi e condivisi nell’area più democratica del web. Migliaia persone che con sorpresa e sgomento, stanno gridando al ritorno del fascismo in Italia, con tanto di sdegno e sirene di allarme.
Io mi chiedo dove abbiano vissuto fino a oggi quelle persone. Perchè, anime belle, il fascismo dall’Italia non se ne è mai andato. È sempre stato qui, tra di noi, bello tranquillo a fascisteggiare, facendolo sia modo diretto che indiretto, sia istituzionale che clandestino, sia palese che occulto.
Benito stava ancora guardando il mondo al contrario da piazzale Loreto, ed era già iniziata la sistematica epurazione delle figure di spicco della Resistenza da tutti i ruoli chiave dell’Italia post bellica. Questori, prefetti, giudici, dopo un quarto d’ora di festeggiamenti e fazzoletti rossi, sono stati prontamente sostituiti da esponenti del regime che aveva appena fatto finta di crollare.
Perchè non basta uccidere un uomo per eliminare un’idea.
La favola che dopo il ’45 non si trovava più nemmeno un fascista, è uno splendido esempio di storytelling. È una storiella perculativa, servita soltanto per legittimare l’azione di Scelba contro le forze partigiane rimaste mentre Togliatti stava a lì guardare.
Le elezioni politiche del 1948 vedono il trionfo della DC grazie ad un abile uso di quello che oggi definiremmo fake news, e a un tipo di propaganda estremamente moderno, legata alla pancia, alle emozioni e non ai fatti. Sorvolando sulla longa manus degli Stati Uniti con la minaccia esplicita di ritirare gli aiuti del piano Marshall in caso di vittoria delle sinistre.
I comunisti “trinariciuti” che mangiano i bambini e abbeverano i cavalli nella fontana di Trevi, sono figure create da Giovanni Guareschi apposta per quelle elezioni, lo stesso Guareschi autore di quello splendido strumento di propaganda anti-operaia, restauratrice e anti-partigiana che è Don Camillo.
(Mi perdoni il mio amico Davide Barzi, oggi autore della fortunata versione a fumetti)
E i fassisti in quelle elezioni c’erano già. Il Movimento Sociale Italiano, fondato nel dicembre del 46 dai reduci della Repubblica di Salò, a quella tornata elettorale, tra camera e senato prese quasi un milione di voti. Ai quali vanno aggiunti quelli dei Monarchici che con i neofassisti sono sempre andati molto d’accordo.
E meno male che ci siamo levati dalle palle il Fronte dell’Uomo Qualunque abbastanza presto, ma soltanto perchè inviso a De Gasperi e alla Confindustria. L’eredità di quel movimento però è ancora viva e vegeta se non altro nel nostro lessico con le parole: qualunquismo e antipolitica.
La nostra Repubblica non nasce dalle ceneri del fascismo, ma grazie a un gioco di finissimo prestigio politico.
Il risultato è stata la reintegrazione dei gerarchi, dei militari, delle figure istituzionali, a partire dalle Forze Armate e dalle strutture di Pubblica Sicurezza.
Ma se questi sono i prodromi, e se siamo passati attraverso gli anni di piombo, gli anni ottanta e compagnia bella, perchè in molti si stupiscono ancora di vivere in un paese fascista?
La parola stessa “fascismo” è stata delegittimata ad arte nel corso degli anni, ha perso il suo senso più profondo.
Una volta, perlomeno, se ne vergognavano, ma adesso no, complice la sicurezza che regala il vivere la politica da dietro uno schermo di uno smartphone. Ma su questo aspetto ci tornerò a breve.
Fatto sta che nel 2018, dare del fascista a qualcuno è come dirgli che è sudato.
«Fascista!»
«Eh, lo so, ma con questo caldo…»
L’altra problematica, enorme, è che il fascismo cresce fusto e robusto in assenza di confronto dialettico. E, per quanto oggi sia sconveniente dirlo, non puoi avere un confronto dialettico con una massa urlante di ignoranti.
Primo, perchè non sanno mettere le H e gli accenti dove vanno messi, secondo perchè ignorano concetti base come la solidarietà, la tutela dei lavoratori e l’uguaglianza sociale.
Non a caso Orwell diceva che l’ignoranza è forza.
Perdonami, ora farò un esempio.
Ho spesso a che fare con venti/trentenni e parlare con loro mi diverte un sacco. I trentenni sono così insicuri di loro stessi, che hanno tutti la barba perchè hanno paura del rasoio e si mettono le mutande sotto il costume da bagno. A parte questo. Molti di questi venti/trentenni fanno video e li postano su You Tube. Qualcuno di loro ci fa due spicci, altri no, ma il punto è un altro.
Molti di questi venti/trentenni che mettono i loro video sul You Tube definiscono loro stessi come dipendenti di You Tube.
Dipendenti di You Tube.
Se ripeti questa frase tre volte, Filippo Turati salta fuori dalla tomba e ti spiega il Socialismo a schiaffi.
Ed è proprio lì, in quel candido e innocente: “Posto video, sono un dipendente di You Tube” che arriva il fascismo a fare baldoria.
Perchè, la forma di fascismo che stiamo vivendo ora si è evoluta assieme alla società, ed è un fascismo particolare, ancora più infido e votato al digitale.
È un fascismo marcatamente individualista.
Al centro c’è il singolo individuo, all’ideal di patria si è sostituito un ideal personale.
Voi vi aspettavate delle grandi riunioni di massa, le adunate, le piazze piene, le sfilate e una nuova Marcia su Roma. Tutto questo c’è stato, ma le persone sono state prese una alla volta, individualmente, singolo per singolo, grazie ad un uso distorto e fallace del web e dei social network.
La neo rivoluzione fassista è stata una rivoluzione composta da singole individualità, in azione da dietro uno schermo, fomentati da bufale, controinformazione, trolling e commenti schifosamente violenti.
Forse vi siete sorpresi perchè vi aspettavate qualcosa di più visibile, qualcosa di più anni quaranta o anni settanta.
Invece no. Il punto di aggregazione principale del fascismo individualista è solo e unicamente digitale.
La politica attiva, quella delle piazze, quella dello scontro armato degli anni settanta, è stata sostituita con una politica attiva digitalmente. Un tipo di azione politica che premia il singolo e non il gruppo, evitando di sporcarsi le mani, o di metterci davvero la faccia, prendendo schiaffi e sprangate.
Singoli individualismi furiosi, che mai e poi mai scenderebbero in piazza per fare una qualsiasi qualcosa. Non serve esserci fisicamente, basta una tastiera e uno schermo.
Anche perchè, con le debite differenze, scendere in piazza in un paese fascista è piuttosto pericoloso, vedi quello che è successo a Genova nel 2001.
Queste singole individualità però, a un certo punto convergono. Diventano una massa visibile anche da chi non le voleva vedere. Smettono di essere digitali e diventano reali e tangibili quando si va a votare.
I risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti, ed è questo che vi sorprende.
L’altro aspetto, quello per me più indecente del fascismo stesso, è lo stretto legame che collega l’individualismo digitale fassista con le agenzie di comunicazione e i social network stessi.
A questi, diciamolo chiaramente, non frega un cazzo della politica o dell’antipolitica. Hanno visto un modo per fare soldi sfruttando una molteplicità di singolarità ignoranti e imbruttite e i soldi li stanno facendo. A palate.
Chi cavalca e gestisce fenomeni come Le Mamme Informate (altro bell’esempio di fascismo individualista) le pagine di fake news, o meme politici, passando per gli attacchi via Twitter al capo dello stato, alla Casaleggio stessa, fino alla milionata di pagine e paginette che fomentano, alimentano, propagano, le basi non-ideologiche di questo neo regime, lo fa per unica ragione. I soldi.
Dove: fare-i-ssoldi-e-chi-se-ne-fotte, è la massima espressione dell’individualismo.