La Trap è la colonna sonora del funerale della speranza.

Ho commesso un errore.
Ho postato uno stato su FB dove cercavo info che si chiudeva con una battuta, e subito il mio contestatore personale è arrivato a farmi la web-morale-supersimpa.
Non si può “parlare male della Trap”, neanche velatamente, pena l’essere additati come dei vecchi rompiballe, perbenisti, nessuno-pensa-ai-bambini-signora-mia, e via discorrendo. (Fermo restando che per il mio contestatore personale anche attraversare sulle strisce è un comportamento da borghesotti molto poco cool)
Trovo divertente però, che diano del vecchio a me, quando quasi tutti inquadrano il fenomeno Trap unicamente in ambito musicale, paragonandolo ad altri generi, tipo il Punk.
Il loro è un ragionamento da vecchi citrulli, magari con la barba da trentenne d’ordinanza, ma comunque da vecchi citrulli. La Trap non è una questione che si esaurisce soltanto con la musica. Il fenomeno non ha nulla a che fare con la vendita dei dischi, il punto iniziale di diffusione del contenuto è gratuito, su YouTube, e il brano lo ascolto gratis.
La tanto discussa “Mmh ha ha ha” di Young Signorino, al momento in cui scrivo ha 8.039.444 visualizzazioni,105.148 like, 286.081 dislike e 73.273 iscritti al canale. Ne parlano tutti, ha generato una marea di reaction, articoli, dissing, e compagnia bella. Sta facendo soldi, ma quanti dischi ha venduto?
Zero.
I soldi sono un derivato delle visualizzazioni e della sua fama. Il dato interessante sono i 286.081 dislike, ovvero persone alle quali il video non è piaciuto ma l’hanno visto comunque, entrando nel flusso di dati delle visualizzazioni e dando vita al processo di cui sopra.
Ecco perchè non reggono tutti i paragoni con i generi musicali del passato.
Perchè nell’epoca in cui i dischi dovevi comprarli, non diventavi famoso perchè non avevi venduto 286.081 copie del tuo singolo o perchè non era passato 286.081 volte in radio.
Il contenuto gratis per l’utente, a monte monetizza tutto, sempre e comunque. Vale davvero la regola del “purché se ne parli”.
Cazzo, prova a pagarlo un disco e poi vediamo se fai quei numeri. (Scusami, questo è davvero un discorso da vecchio. Ma del resto, io sono vecchio.)
Un altro aspetto che i fighissimi del web sembrano ignorare è la permanenza laterale del contenuto, nella sua titanica crossmedialità.
La Trap non si esaurisce con una canzoncina che ascolto gratis su YouTube, ma espande la mia esperienza di utente attraverso il canale stesso dell’artista, la sua pagina Instagram e il suo profilo di FaceBook.
YouTube, Instagram e Facebook, ovvero i social network più mainstream del pianeta, gli attici del grattacielo social, i quartieri ricchi del web, potenze editoriali con più autorità di tutta l’editoria cartacea e televisiva messa assieme.
Il paragone Trap/Punk non regge perchè, rapportando i livelli di penetrazione sul target, i Sex Pistols non avevano mica una rubrica fissa alle otto di sera sulla BBC, dove parlavano di quello che volevano, facendosi le pere in diretta e vomitando sul tappeto.
Il ruolo, estremamente attivo, dell’espansione crossmediale della Trap è più impattante dei brani stessi. È attraverso quel quotidiano fatto di dirette su Facebook o su Instagram che gli artisti Trap comunicano il loro essere, mostrando-si, elargendo-si, raccontando il loro swag-quotidiano. Telenovelizzando la loro vita un minuto alla volta. È in quel rapporto continuativo con la loro fanbase che si scardinano le regole della musica del passato, portandola in un contesto narrativo dove il personaggio costruito deve vivere H24, pena l’abbandono da parte dei fan.
Mentre, per dire, se il mercoledì pomeriggio GG Allin stava in casa con le ciabattone della Juve e la maglietta della salute, non lo sapeva nessuno e morta lì. L’importante è che fosse pronto, nudo e defecante per lo show del giovedì.
(Si ho detto GG Allin, perchè parlare di Punk citando i Sex Pistols è come parlare di Blues citando Zucchero. Ma queste cose non le diciamo al mio contestatore personale.)
L’orizzontalità apparente, in un carosello di video incentrati sul più radicato egotismo, sono al centro emotivo dell’espansione del fenomeno. E non sto dando dei giudizi di merito, sia chiaro, sto solo descrivendo quello che vedo usando l’italiano.
Il messaggio che arriva, dritto, esplicito, meraviglioso nella sua linearità elementare, è: fare i soldi, tanti, mostrare che li hai fatti, si fottano tutti, viva la mamma. I soldi li ho fatti da solo, e sono qui per farne ancora con i miei amici.
L’individualismo, in una riscrittura visuale edonica che mostra soltanto la superficie luccicante del “fare soldi”, senza andare oltre marche consolidate e loghi riconoscibili, è uno splendido ritratto sociale.
La domanda che avevo fatto sul mio profilo FB nasceva proprio da questo ragionamento.
Ovvero la percezione del target di riferimento del messaggio implicito nella Trap. Che effetto ha questo ritratto impietoso dell’assoluta perdita di speranza sociale, sulle generazioni più giovani bombardate dalla Trap?
Che senso ha studiare, impegnarsi, quando non c’è la minima speranza di trovare un lavoro dignitoso una volta finiti gli studi?
Perchè è di questo che, sottotraccia, canta la Trap, dell’assenza di speranza, di opportunità, di un futuro blandamente positivo. Quello che conta è unicamente riferito alla sfera personale, all’auto realizzazione bambinesca del potersi permettere tutti i giocattoli che si vogliono. Compreso il mascherarsi con tatuaggi e grilliz che rimarcano in modo netto l’allontanamento dal sé pre-Trap, il sé senza la speranza di un qualunque tipo di successo, proprio come accadrà ai followers che stanno sotto.