Mangiare una pizza a Carcosa.

Venerdì la solita trattoria era strapiena. C’era una fila che usciva dalla porta per poi stazionare affamata sul marciapiede. Troppa gente. Poco tempo. Io e Ladyzilla decidiamo di consumare il nostro pranzo del venerdì da un’altra parte.
C’è una pizzeria laggiù…
Dice lei.
Bene, così proviamo un posto nuovo.
Dico io.
Nel cielo ci sono dei nuvoloni neri che minacciano pioggia. Io e Ladyzilla ci dirigiamo a passo spedito verso il posto nuovo.
Ho giusto il tempo di dare un’occhiata ai vari cartelli appesi alla porta, Paella su ordinazione il giovedì, giropizza il sabato, menufissobimbumbam.

Entriamo. C’è un ambiente piuttosto ampio, con dei tavoli vuoti e un tizio vestito di bianco seduto accanto alla casa.
Siamo in due
Dico io.
In fondo!
Dice lui.
Passiamo accanto al forno, sfilando tra delle tavolate separate, vuote, con panche da Oktoberfest annesse. Arriviamo al secondo ambiente.
Ci sono una decina di tavoli. Tovaglie a scacchi, rosso scuro. Sopra una tovaglietta usa e getta in carta velina. Ruvida da un lato, liscissima dall’altro.
C’è una porta battente sullo sfondo, che si apre e si chiude su una cucina piastrellata.
Ci sono due tizi in piedi che parlano fitto fitto tra loro.
Qualche cliente laggiù. I più vicini a noi sono due anziani seduti, alle prese con un tartufo nero e un semifreddo al croccantino, entrambi affogati al caffè.
Mi guardo attorno, intanto che aspettiamo che un qualsiasi qualcuno ci dica una qualsiasi cosa.
Io e Ladyzilla siamo in una stanzona a metà tra una baita pugliese di montagna, e un incubo lisergico da trip al mercatone dell’arredamento. Sul soffitto ci sono quei lampadari che quando li vedi sui cataloghi ti dici: ma chi cazzo se li comprerà mai sti lampadari?
Ecco. Li hanno comprati i proprietari di questa pizzeria.
Dalla porta battente esce un tizio. Capello lungo e camicia bianca. Ha la stessa, identica, espressione sveglia e proattiva di un Moai dell’Isola di Pasqua quando viene sfidato a Curling da un canadese.
Esce dalle cucine con in mano un piattino con su un tovagliolo. Apre la porta battente, si guarda attorno. Ci vede, ma forse non ci mette a fuoco, ci guarda-attraverso, non riconoscendoci come esseri umani o potenziali clienti. Temo abbia un danno alle funzioni encefaliche, come L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Fatto sta che esce con il piattino con su il tovagliolo, fa una piroletta e torna in cucina così come è uscito.
Non frequento locali stellati Michelin, di solito bazzico postacci. So riconoscere un cameriere anche se è vestito come la clientela. Cerco di decifrare i presenti, ma nemmeno i due tizi in piedi che parlano tra loro hanno l’attitudine del cameriere.
Dal nulla, giuro, compare quello che ci servirà.
E’ amichevole. Confidenziale. Diretto. E’ come se ci conoscesse da sempre, come se fosse, nostro malgrado, il nostro migliore amico.
Ciao ragazzi, due? Sedetevi lì.
Fa caldo. Ci saranno 30 gradi in quella stanza. Sarà il caldo, le facce, i vestiti, i vecchi che ruminano i loro dessert, l’odore strano nell’aria, gli angoli bui, il perlinato, i lampadari folli, le pareti rosa, le naturemorte alle pareti, ma nella mia testa, all’istante, parte questa canzone:

Questa è la pizzeria Carcosa.
Verremo fatti a pezzi nelle cucine e serviti come spezzatino domani. Per la gioia lussuriosa di una clientela avvezza all’accoppiamento tra consanguinei, come nel cuore nero delle paludi della Louisiana.
Ci sediamo su un tavolino microscopico, attaccato a una parete. All’altezza del mio orecchio ho due scatolotti ingombranti con i quadri di comando di due ventilatori a soffitto. I ventilatori non ci sono, sono rimasti solo quei due grossi cosi ingialliti.
Sono figlio di un elettricista, ho una certa dimestichezza. Quindi so, purtroppo, che accanto al mio orecchio ci sono due quadri comando della BTicino, di una serie molto in voga nel 1986.
Camicia Bianca riapre la porta battente della cucina. Fa un giro per la sala, e poi torna dentro.
Amicone di Tutti invece, sta prendendo ordini qua e la, girando per il locale semivuoto.
Passano i minuti.
Apprendiamo il che piatto del giorno sono gli Spaghetti con le Vongole. No, forse è meglio dire spaghetti all’aglio con una spolverata di vongole.
L’odore acre di aglio, feroce nella sua baldanza, si aggrapperà poi ai nostri vestiti. Si insinuerà all’interno di ogni fibra, costringendoci a darci fuoco una volta arrivati a casa.
Perchè sì. Usciremo sani e salvi dalla Pizzeria Carcosa.
Pizza o cucina?
Pizza!
Diciamo.
Lui porta le liste.
Ladyzilla sta cercando di non ridere. Si guarda attorno, affascinata dalla varia umanità della Louisiana. Soprattutto da Camicia Bianca che continua a portare fuori cose dalla cucina per poi riportarle indietro.
Nella testa di Ladyzilla si manifesta Gordon Ramsay in Cucine da Incubo che si chiede: Scusate, ma quello chi cazzo è? E che cazzo di lavoro fa?
Tutti gli ordini li prende Amicone.
Uno gli chiede che cosa c’è di contorno, lui prima risponde: dimmelo tu! Poi si avvicina alla porta battente e urla (giuro)
Sceffo! Che cazzo ti è rimasto di contorno?
Poi viene da noi.
Chiediamo una Napoli e una Diavola.
Amicone se ne va, lasciandoci lì, in compagnia dell’aglio e dei trentacinque gradi in cui sguazzi in quella stanza.
Sento un bambino piangere. Un infante di quattro o cinque mesi.
Mi sporgo. Neo Mamma e Neo Papà lo stanno cullando, vicino a un frigorifero trasparente spento, un relitto abbandonato in un angolino.
Neo Papà è un bel manzo di periferia venuto su a riso, patate e cozze. E’ amorevole con il pargolo. Cullato da entrambi. Forse l’infante si sta lamentando per il caldo, o per quel torrenziale odore di aglio che fa lacrimare un po’ anche gli adulti.
I Due lo cullano. E sarà sicuramente una mia allucinazione dovuta alla fame, ma a me sembra che si stiano muovendo “al contrario” come nelle scene dei sogni con il nano di Twin Peaks.
Dopo una ventina di minuti il nostro confidenziale cameriere torna con le pizze.
Una Napoli e una Margherita. Però non ha le posate.
Una Napoli e una Marghe, ragazzi!…
Veramente era una Diavola.
E menomale che non eravamo una tavolata da otto. Penso. Ma non ho il coraggio di dirlo, perchè qui alla Pizzeria Carcosa non si sa mai come può andare a finire.
Oh. Minchia. No. Aspetta.
Lascia la Napoli e va a far mettere il salame piccante sulla Diavola.
Torna con la Diavola.
Ma non con le posate.
Non c’è problema, amico. Intanto che aspettiamo le posate giocherò un po’ con questa lattina.

Prima di portarci forchette e coltelli, sposta a calci una sedia per far sedere un cliente abituale al suo tavolo abituale.
Ci porta gli attrezzi. (Così li chiama, posandoli sulla tovaglietta usa e getta. E in quel contesto, la parola “attrezzi” mi fa venire in mente immagini di cose turpi fatte in cantina.)
Io Ladyzilla iniziamo a mangiare la nostra pizza. Buona a dir la verità. Fuori inizia a piovere, il bambino dei vicini strilla, e lo Sceffo dalla cucina urla che sono finite le cime.
Camicia Bianca esce dalla cucina con un cavatappi e rientra.
Finiamo la pizza. In fretta. Che sarà anche buona, ma per oggi di Louisiana ne abbiamo avuto abbastanza.
Caffè veloce intanto che spiove.
Usciamo dalla Pizzeria Carcosa sani e salvi, con addosso un aglificio furioso e un’altra avventura milanotta da raccontare.
Tornerò sicuramente, perchè un posto così vale la pena di frequentarlo per avere qualcosa da raccontare. Però mi porterò dietro una telecamera nascosta.
Poi mando le riprese a Cannavacciuolo, così gli vengono i brutti sogni.

No. Non ti dirò il nome vero e l’indirizzo della Pizzeria Carcosa. Sono cose che devi scoprire da solo.

3 thoughts on “Mangiare una pizza a Carcosa.

  1. “Baita pugliese di montagna”.

    Sono arrivato qui e mi è partita la schermata blu di Windows nella scatola cranica.

  2. Ne ho letto stralci a mia suocera, ci stiamo sbellicando dalle risate per compensare una giornata da deserto africano con guazza sestinese…
    Speriamo in altre repliche.

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