Ti piace come è diventato il web?

Questo è un articolo lungo, quindi fuorimoda. Riprende le mie riflessioni sul web contemporaneo. Qualcosa ho già detto qui. Poi ho cambiato idea, poi ci ho pensato ancora, poi vado avanti a pensarci.

Un milione di anni fa accedere a internet aveva dei costi altissimi. Pagavi l’abbonamento al provider che ti forniva il servizio web, poteva essere una formula settimanale, mensile, a ore… E pagavi anche la telefonata per connetterti che facevi via modem. Non esistevano tariffe diverse per il traffico dati, era una chiamata al costo pieno di una normalissima telefonata urbana.


L’abbonamento web aveva in genere un prezzo accettabile, la vera legnata nei denti arrivava con la bolletta telefonica.
Nel marzo del 1999 Tiscali, per primo, decise di fornire gratis l’accesso al word wide web.
Soru venne accolto come un salvatore. Dovevi sempre sostenere i costi della telefonata, ma almeno potevi rimanere connesso per tutto il tempo che volevi. A quel punto la “legnata nei denti” della bolletta telefonica divenne un Kurgan che ti apriva in due con una motosega. Anche perché, capirai, nel giugno dello stesso anno arrivò Napster.
Comunque, ai tempi, non tutti accolsero Tiscali Free Net in modo positivo.
Ricordo una discussione su Usenet dove qualcuno sosteneva che quello era il primo passo verso la fine di internet. Il ragionamento suonava così: Con l’internet free arriveranno qui un sacco di imbecilli e rovineranno tutto.
All’epoca non ero per niente d’accordo e non lo sono tutt’ora. Anche se faccio molta fatica a digerire le dinamiche del web attuale, l’accesso alla rete deve essere libero.
Ma, in un certo senso, quella discussione preistorica aveva già messo in luce i problemi relativi alla rete-di-massa. Dove il problema è tutto nella massa e non nella rete.
Il web diventa per-tutti nel 2011, quando le vendite degli smartphone e dei device portatili superano quelle dei computer da scrivania.
Doveva essere l’inizio di una nuova favolosa era digitale, invece ha soltanto aperto le gabbie, in un modo repentino e irreparabile.
Tutto cambia quando in rete ci arrivi con quel coso che ti porti in tasca, e non più attraverso un monolite statico appoggiato su un tavolino.
Il cambiamento inizia da lì. Dall’avere il web in tasca.
O meglio: il cambiamento arriva con l’accesso al web e la digitalizzazione dei contenuti tramite un dispositivo portatile che non stai pagando, ma che ti ha offerto, agevolato, proposto, comodato, dato a rate il tuo gestore telefonico.
Il vuoto pneumatico del populismo un tanto al chilo sostiene che i contenuti non devono essere a pagamento perché: ho già speso parecchi soldi per il supporto, e allora devo avere tutto aggratis. Minchiata. La percentuale di quelli che hanno comprato il loro device in contanti è irrisoria rispetto ai comodati, ai rateizzati, agli agevolati. Quindi il problema è di origine prettamente culturale. Lo Italiano vuole le robe aggratis e basta. Il costo del device è soltanto una scusa, una tipicità italica, come la macchina in seconda fila o la furbizia nel saltare la fila.
Con il web in tasca arrivano davvero tutti. Soprattutto quelli che non hanno mai usato un computer. Compresi quelli che non hanno mai aperto un libro, quelli ad alfabetizzazione minima, quelli che nella loro vita hanno sempre e soltanto guardato la televisione. E che cosa guardavano in televisione?
Lo dicono i numeri.
Guardavano la peggio-merda e la guardavano gratis.
Davvero pensavamo che i peggio-merda dipendenti, con un device qualsiasi in mano si sarebbero comportati in modo diverso?
Davvero pensavamo di fornir loro dei contenuti, magari anche a pagamento?
I cotechini digitali hanno in tasca un coso che usano come fosse una “televisione”. Una televisione per leggere e vedere la medesima peggio-merda che guardavano in salotto.
In più è una “televisione” attiva e non passiva, dove possono condividere, diffondere e commentare, usando l’unico linguaggio che conoscono: quello televisivo. Quello dei tormentoni. Quello delle frasi fatte nate nei talk show.
L’analfabetismo funzionale rimane un gap insormontabile, anche se tra di loro si capiscono, il problema si manifesta quando incontrano te. Perché con il web in tasca possono, oh cacchio, interagire con tutti.
Prima erano lì, a guardare il TG4 o Amici di Marrria ed erano soli. Al limite entravano in relazione con le persone che avevano attorno. Ma adesso no. Adesso possono condividere i loro pensierini con chiunque, perché la struttura del web è orizzontale per definizione.
L’aggravante rispetto alla TV “ordinaria” è che per ragioni di palinsesto i programmi hanno per forza un termine. Con il web in tasca invece, questi hanno a disposizione una peggio-merda infinita. Di sito in sito, di link in link, hanno di fronte una cloaca illimitata dentro la quale ravanare con le loro manine.
L’unico che ha capito al volo come monetizzare lo tsunami di cotechini che si stava riversando in rete è stato Casaleggio. Lo ha previsto e ha iniziato a sfruttarli ancora prima che scrivessero i primi otto esclamativi in un commento.
Casaleggio è stato così geniale, che a momenti mi diventa imperatore.
L’arrivo della mandria sul web, congiunta a una situazione politica, economica, sociale, storica, culturale completamente devastata ha provocato una serie di mutamenti irreversibili. La tempesta perfetta.
Quelli ancora in grado opporre il pollice, e con dei minimi segni vitali, hanno smesso di guardare la televisione generalista.
L’editoria cartacea, in un paese dove già prima non si leggeva una mazza, ha registrato nel 2013 una perdita complessiva di circa 700 milioni di euro.
Sono saltati completamente tutte le abitudini legate ai tempi interstiziali. Quelli che prima in tram o in treno avevano un giornale in mano, anche free press, adesso stanno giocando con il livello gratis di un giochino qualsiasi. Lo finiscono e ne scaricano un altro, purché sia gratis. Oppure stanno scrivendo tutto maiuscolo su un social network e al posto del caffè bevono le bufale.
Noi siamo ancora più coglioni di loro. Ci chiediamo: ma perché non risalgono alla fonte di quello che condividono?!
Questi non hanno la minima idea di come si faccia a “risalire a una fonte”, e anche nel caso ci riuscissero, non è detto che siano in grado di comprenderla.
Noi, con un comportamento tipico del web 1.0, che cosa abbiamo fatto? Li abbiamo presi per il culo e trollati come se non ci fosse un domani. Loro non se ne sono nemmeno accorti e sono andati avanti a parlare di scie chimiche e proclamare la pena di morte per chi lascia l’auto in divieto di sosta.
Il fallimento personale, formulata e fomentata la teoria del: non è colpa tua, è colpa della Kasta, è diventato il dogma di un partito che affonda le sue radici proprio in questa nuova versione del web.
Casaleggio è stato capace di trasformare l’indignazione e la rabbia in un contenuto vendibile. Ha eliminato ogni possibile concorrenza, iniettando il concetto che se sei un professionista di qualunque settore, allora sei un venduto/raccomandato di merda e non meriti di esistere.

Si crea così un circuito chiuso, dove l’unica comunicazione possibile è legata a regole interne. O con loro, o contro di loro. E nella bestialità belluina del web contemporaneo basta un aggettivo in più per essere catalogati come nemici.
Casaleggio ha creato un modello di business unico nel suo genere, dove si fanno palate di soldi agitando e sobillando i cotechini che scorrazzano liberi sul web.
È come se, negli anni 40, Hitler avesse fatto i suoi discorsi con alle spalle un banner pubblicitario della Volkswagen. Oggi di “Hitler” non c’è n’è soltanto uno. Ce ne sono tanti quanti ne concede il web 2.0. Quindi sono infiniti. Si clonano, si replicano tra loro, e contano sulla diffusione massiccia dei contenuti da parte dei cotechini. Il “banner” oggi non è una cosa evidente, è legato ai click sulla pagina, al page rank e ai contatti che quel contenuto genera.
I soldi, tanti, arrivano tutti da lì.
Gli spazi pubblicitari sui periodici hanno raggiunto quasi lo stesso prezzo di una capra Montenegro. Vale per i periodici che non hanno ancora chiuso, le riviste che puoi comprare nelle quattro edicole che sono sopravvissute alla Peste dei Chioschi del 2013.
Quei pochi che hanno ancora del denaro da investire si sono spostati sul web, dove hanno applicato lo stesso principio che ha distrutto i contenuti della televisione generalista.
L’unità di misura è basata solamente sui numeri. Sugli accessi pagina, sul numero di click.
Capirai, in una rete di cefali, il click-baiting non viene nemmeno percepito come click-baiting, anzi, i cefali sono ben felici di avere un amo piantato nella guancia.
Per correre ai ripari, per avere due lire di pubblicità, i siti ordinari si sono livellati sul minimo dei minimi possibili. Cercano di accalappiare i cotechini con delle gallery e delle news per bimbiminkia e altre cosine del genere. Facendo ancora più danni.
Avremmo dovuto trasformare il web in un habitat del tutto inadatto allo sviluppo e al proliferare di quella gente, e invece… Invece no. Li abbiamo fatti entrare e ci siamo adattati noi a loro. Proponiamo l’educazione al web come rimedio. Ma ti pare? Quelli si sono comprati la patente di guida, che cazzo gli frega di imparare a usare la rete?
Qualche idea per correre ai ripari c’è. E giustamente scavalca l’utente, come l’algoritmo di Facebook che punisce il click-baiting o tagga in automatico le notizie bufala spacciate per satira.
Ma non basta. Bisogna rivedere completamente i parametri con cui le agenzie pubblicitarie determinano il successo, e di conseguenza il profitto, di un contenuto sul web.
Stabilita una soglia di accessi minima che identifica un sito come “vivo”, sotto la quale è soltanto l’equivalente di uno che parla da solo mentre guida, deve essere la qualità del contenuto a fare la differenza, non il numero di visitatori. Bisogna arrivare al punto che non te ne deve fregare più un cazzo di quanti contatti fai, quanti like hai, o quanti follower ti pedinano. Quello che conta è il contenuto.
Soprattutto ora, adesso che siamo circondati da cotechini.
Dammi retta, account dell’agenzia X… Tanto quelli non comprano un cazzo comunque.
– Vendiamo scarpe!
– Coi lacci?
– Sì.
– Potrebbe essere un problema per il target medio che abbiamo su: Tutti i crimini degli immigrati e Informare per resistere.