Ore 21, incontro con l’arte.

Il volantino era scritto in maniera semplice, minimale, in Comics Sans. Annunciava al quartiere che quel giovedì si sarebbe tenuto un favoloso incontro con l’arte. Tutti erano invitati a partecipare (gratis) alla prima lezione introduttiva sulle varie tecniche artistiche.
Perché dai, è solo una questione di sensibilità, tutti possiamo imparare, perché in fondo siamo tutti un po’ speciali, un po’ artisti, e tutti tutti con in mano un pennello possiamo dipingere splendidi paesaggi ad acquerello, decorare ceramiche e imparare i misteriosi segreti della plastilina.
Alle 21, giovedì, presso l’Art Studio Birimbelli. Un seminterrato con una vetrina sulla strada, tempo fa era un falegname, ora mostrava ai passanti i favolosi lavori di Giangiacomo Birimbelli.
Birimbelli era decoratore, illustratore, scultore, speleologo, specializzato in decorazioni ad aerografo sulle chitarre.
Pezzi forti: Tigre del Bengala su Fender Telecaster (a guardarla bene era un po’ strabica, ma i chitarristi hard rock non fanno caso a certe cose) Paesaggio fantasy a tempera sul serbatoio della moto. Venere di Milo in vetroresina. Pannelli ad olio raffiguranti finte librerie, dove Giangiacomo si era divertito a disegnare uno per uno i titoli dei suoi libri preferiti.
Poi, un giorno, nell’artistica mente creativa di Giangiacomo, si fece strada l’idea di trasmettere l’arte ai suoi concittadini.
Ci rimuginò su un po’, si chiese, come faceva sempre in quei frangenti, che cosa avrebbe fatto al suo posto Basquiat e alla fine decise che la trasmissione della cultura artistica alle masse era proprio una buona idea, se non altro per pagare le bollette del gas. E allora via di volantino e di fotocopie.
Anche a Mario sembrava proprio una buona idea.
Un buon modo per passare il giovedì sera, dato che, a causa di una particolare congiuntura della sua vita sentimentale, si trovava ad avere un sacco di tempo libero.
Mario uscì di casa puntuale. Alle ventuno spaccate, entrò nell’atelier di Birimbelli per partecipare al tanto pubblicizzato incontro con l’arte.
Subito dopo l’ingresso, dove erano esposte maschere terracotta, sculture in ferro e altre delizie da doposcuola, c’era una scala che portava ad un’ampia stanza, sotto il livello stradale.
La saletta era invasa da arte, colori, tavoli, tele e pennelli. C’era puzza di trielina e di sigarette rollate a mano.
Seduti in cerchio su seggiole pieghevoli Ikea, oltre a Mario e a Giangiacomo si trovavano altre due persone.
Polly, una ragazza impaziente di apprendere tutto il possibile sull’acrilico e la maiolica, e un signore di mezza età: Erminio, che aspettava il momento buono per chiedere se era prevista almeno una lezione con la modella nuda.
Giangiacomo lasciò che i presenti osservassero per bene il suo studio, aspettò che i loro sguardi si posassero su ognuno dei suoi lavori, quelli finiti, quelli da finire, quelli ancora da iniziare.
Dai trompe d’oeil di cui andava molto fiero ai pupazzi in gommapiuma ricavati dall’imbottitura di un vecchio divano, suo fiore all’occhiello dell’arte del riciclo. Aspettò il momento giusto, poi i alzò in piedi.
Stava decidendo se era meglio partire dalla cartapesta o dal decoupage, quando un odore lo colse di sorpresa, distraendolo dai suoi pensieri.
Era un odore che non sentiva da tantissimo tempo. Odore di prosciutto crudo per essere precisi, e non poteva certo venire dal suo frigo. Giangiacomo era vegano.
La fragranza di prosciutto crudo si diffuse per tutto il seminterrato, incuriosendo non poco i presenti.
– Sono forse previsti dei panini per merenda?
Chiese Erminio, ormai certo del fatto che se c’erano i panini, c’erano sicuramente anche le donne nude.
– No!
Rispose Giangiacomo.
– In effetti, non riesco proprio a capire da dove provenga questa puzza!
E’ colpa mia.
Disse una voce dal buio.
La voce era calda, quasi baritonale, priva di inflessioni dialettali.
Giangiacomo stava per chiedere spiegazioni, non avrebbe tollerato che un suo studente portasse carne morta di suino all’interno del suo tempio artistico, era pronto a dirne quattro al nuovo arrivato, ma non lo fece.
Quando lui e gli altri, videro l’uomo scendere le scale che portavano alla saletta in cui si trovavano, rimasero rapiti dalla sua bellezza e lo fissarono sorridendo senza porsi domande.
– E’ il mio odore.
Disse l’uomo mentre scendeva le scale.
Era alto, biondo, indossava dei pantaloni neri e una camicia bianca, intanto che scendeva le scale si arrotolava le maniche della camicia sulle braccia, che apparivano toniche e muscolose.
Sorrideva, con un’aria di sfida negli occhi, era talmente bello da rendere affascinante anche quell’espressione da duro.
– Permettete che mi presenti, io sono Arte e sono qui per l’incontro.
Arte si fermò nel mezzo della stanza, a gambe larghe. Assomigliava un po’ a Nick Nolte, aveva la stazza di quando il vecchio Nick era in forma, ma sicuramente era molto più bello.
– Avanti, chi di voi vuole essere il primo?
– Primo per cosa?
Chiese Giangiacomo.
– Il primo che vuole fare l’incontro. Il volantino parla chiaro: ore 21, incontro con me, sono arrivato un po’ in ritardo e me ne scuso, ma adesso sono pronto.
Piegò la testa, prima da un lato, poi dall’altro, come fanno i pugili, scrocchiando l’articolazione del colo.
– Io non…
Giangiacomo si avvicinò confuso, e Arte lo colpì con un gancio destro.
La mascella di Giangiacomo Birimbelli si frantumò all’istante, con un rumore secco di grissini rotti. Arte entrò in progressione, dopo il gancio assestò un preciso diretto sinistro al naso, mosse un passo in avanti con la gamba sinistra e schiantò contro i reni di Giangiacomo un Low Kick destro.
Giangiacomo si piegò di lato, indeciso su quale parte del suo corpo gli facesse più male. Crollò a terra, vicino al compressore dell’aerografo, singhiozzando sulle piastrelle.
L’incontro con l’arte era cominciato. Oramai era chiaro, era un incontro di Thai Boxe.
A Mario questa cosa non piaceva per niente.
– Forse c’è un equivoco…
Disse Mario alzandosi.
Polly ed Erminio erano incapaci di muovere un muscolo, rimasero atterriti sulle loro seggioline pieghevoli. A lui non interessavano più le donne nude, e lei aveva perso ogni interesse per le maioliche.
Mario si rivolse ad Arte, immobile come una montagna a pochi passi da lui.
– Noi siamo qui per faccende artistiche… per un incontro con l’Arte, non per…
– Io sono L’Arte.
Sorrise, avvicinandosi a Mario lentamente.
– Quando pensi a me, non pensare al pennarello magico del Gioca e Colora, pensa agli occhi di Kafka, alle mani di Caravaggio, alla voce di Warhol. Pensa al palmo di Pasolini appoggiato sul suo mento, e tu che non riesci a sostenere il suo sguardo.
Io sono quello che non ti fa dormire, quello che ti fa vedere l’alba attraverso una tapparella mezza abbassata. Il sole nelle stanze dove vivo, sorge a rettangoli, piccoli rettangoli luminosi che illuminano il disordine poco alla volta. Io sono l’Arte. Mi citano a sproposito su riviste che costano un euro, ma come vedi, le mie mani non sono patinate e lucide. Con queste mani recido orecchie a colpi di rasoio, non dico cazzate nei salotti, io raddrizzo le schiene e produco eternità. Non sono “la moda del momento”. Sono la solitudine che ti travolge comunque, anche se sei in mezzo alla gente. Sono lo sguardo fisso in un vuoto occupato da mille pensieri, e se vuoi avere anche tu quello sguardo, lo devi pagare con il tuo sangue.
– Mi ha appena mollato la ragazza…
Disse Mario, tremando.
– Lo so, Mario… Ma se sei qui per incontrarmi, dovresti sapere che il vero incontro con me è violento e doloroso.
Arte colpì Mario con un calcio frontale allo stomaco, mandandolo a sbattere contro la parete che aveva alle spalle.
Arte quella sera era proprio in forma.
Spaccò il culo a tutti.

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