Carne rosa e il processo di Tersicore

Non avevo mai visto un maiale vivo.
Certo, in foto o in televisione sì, e anche porzionato a fette dentro il mio frigo, ma non è lo stesso. Un suino che respira, era per me un essere vivente tanto lontano quanto può esserlo un alieno grigio di Zeta Reticuli, eppure…
Eppure, nonostante la distanza che separava la mia vita, da quella dei rosei mammiferi con la cotica, da mesi ormai, appena chiudevo gli occhi ne vedevo uno.
Di solito, quando uno si addormenta, sogna un po’ quello che gli pare. Ho sempre avuto un’attività onirica piuttosto varia e non ho mai fatto sogni ricorrenti.
Poi, un giorno, arrivò il maiale, o meglio: I Maiali. Perché non era mica sempre lo stesso.
Se inizi a vedere maiali tutte le volte che chiudi gli occhi, dopo un po’, se hai spirito di osservazione, inizi a cogliere le differenze tra un suino e l’altro.
Uno ha lo sguardo più vispo, un altro le orecchie più aguzze, c’è quello più grasso, c’è quello che sorride sempre, c’è quello con l’aria cupa, o quello che indossa sempre la tuta dell’Adidas.
Decine e decine di maiali rosa intenso, venivano a trovarmi tutte le volte che mi addormentavo.
Un fatto strano, lo ammetto.
Prima di essere ossessionata dai maiali, avevo una vita tranquilla.
Avevo una casa. Un monolocale dall’affitto ragionevole, con una splendida vista sulla tangenziale.
Avevo un lavoro normale. “Entravo-i-dati” in un computer dalle nove del mattino al sei di sera. Fortuna volle, che al momento dell’assunzione il capo del personale fosse completamente ubriaco. Infatti, venni assunta a tempo indeterminato.
Avevo da tempo una relazione piuttosto stabile con un uomo di nome Gianni.
Per: “Relazione piuttosto stabile” intendo quel tipo di rapporto in cui puoi anche dire: “Mi dispiace”, perché si è entrambi coscienti che vivere la realtà una cosa complessa, e che Francis Lai ha composto la colonna sonora di un film di merda con Ali MacGraw e Ryan O’Neal.
Insomma, nella mia vita era tutto molto normale, tranne forse il mio nome.
I miei genitori sono dei ballerini, ora in pensione. Hanno ballato per tutta la loro vita nei teatri di tutto il mondo. Si sono conosciuti e amati a passo di danza. Per quel motivo mi hanno chiamata Tersicore. Come la musa greca della danza. Tersicore Padellotti. Lo so, non suona benissimo, ma tant’è.
Nonostante tutto, ho vissuto senza grossi patemi per trentacinque anni su questo pianeta.
Fino ai maiali.
Quando mi apparvero i suini per la prima volta, non stavo attraversando un brutto periodo, non ero stressata, anzi, le cose con Gianni andavano alla grande.
Poi, un mercoledì qualsiasi, vado a dormire. Chiudo gli occhi e tutto ad un tratto, ecco che arriva un maiale. Mi guarda, fa un balletto e poi se ne va.
Dopo una settimana, mi resi conto che erano sette giorni che sognavo maiali e basta.
La cosa mi preoccupava e decisi di parlarne con il mio analista.
Si chiamava Torquato Ganassi e guidava un taxi, Genova 21.
Trovare un buon analista è una questione lunga e complessa. Non sempre si riesce a stabilire quella certa fiducia che serve per confidare ad un estraneo i propri pensieri.
Con Torquato invece, mi trovai bene fin da subito. Prendevo il suo taxi una volta alla settimana, gli chiedevo di portarmi da Piazza Dante a Corso Silone, un tragitto di cinquanta minuti esatti.
Parlavo, parlavo, parlavo. Lui mi ascoltava, mi dava i consigli giusti e mi diceva quando ero in errore. Alla fine della corsa, pagavo la seduta e scendevo. Tornavo indietro in autobus, sentendomi sempre bene con me stessa e più leggera nell’animo.
Mi ci vollero un paio di semafori per trovare il coraggio di dire a Torquato che cosa mi stava succedendo. Alla fine mi decisi. Sbuffando gli dissi:
– Vedo maiali.
– Il porco è una bestia sana.
Mi ripose lui, ingranando la prima.
– Davvero?
– Sicuro! Lo sa che la carne di maiale si avvicina moltissimo a quella umana?
– Allora, se è simile all’uomo, non sarà poi così sano…
– E invece sì…
– Perché?
– Perchè il porco è come l’uomo, ma è più sincero.
Disse Torquato con aria saggia.
– Questo io non lo posso sapere.
Risposi.
– Provi a parlarci e se ne accorgerà.
Seguii il consiglio del mio analista. Durante il rientro in autobus chiusi gli occhi.
Mi addormentai.
Il maiale arrivò subito. Era un porcello da un quintale, sano e robusto, con in testa un caschetto da aviatore. Sembrava un tipo a posto, superai la mia innata timidezza verso gli estranei e gli chiesi:
– Che cosa vuoi da me?
– Salve!
Rispose lui, sorridendo.
– Che cosa ci fai qui?
Domandai ancora.
– Faccio due chiacchiere con te, mi sembra evidente.
– Allora, dimmi!
– Tersicore, sono qui per dirti che devi proprio rapinare una banca.
Concluse il porcello, e io mi svegliai di scatto.
Non avevo mai preso in considerazione l’idea di rapinare banche, così come non mi era mai capitato di sognare maiali per una settimana intera. Per cui, dato che stavo vivendo un periodo strano, mettere in pratica il suggerimento del maiale aviatore mi sembrò la cosa più giusta da fare.
Iniziai a pensarci. Le difficoltà da affrontare erano parecchie, ma per fortuna, notte dopo notte, i miei nuovi amici suini mi spiegarono con passione quello che avrei dovuto fare.
Furono molto chiari. Secondo loro, prima di rapinare una banca, era essenziale che io mi trovassi un buon avvocato. Aprii l’elenco e la mia scelta cadde sull’avvocato Ermete Cotica.
I miei amici rosa ne furono molto soddisfatti.
Altrettanto essenziale, era conoscere molto bene l’ambiente in cui mi sarei mossa, così decisi di rapinare la banca dove avevo il mio conto.
Infine, mi serviva una maschera.
Il progetto della rapina coincise con l’inizio del carnevale, per cui avevo soltanto l’imbarazzo della scelta. Entrai in un bel negozio in centro e scelsi la mia maschera.
Da suino, ovviamente.
Dei fatti che accaddero in seguito, ho dei ricordi confusi. Mi ricordo che entrai in banca, travestita da porcello. Intimai alla cassiera di darmi tutti i soldi che avevano. Mi mise in mano un sacchetto di tela con dentro un quarto di milione di euro.
Uscii dalla banca, e otto minuti dopo ero già ammanettata sul sedile posteriore di una volante.
Nei giorni seguenti, l’avvocato Cotica elaborò una linea di difesa destinata ad entrare nella storia del Diritto Penale. Durante il mio processo, Cotica si alzò, si schiarì la voce e affrontò il giudice con un’arringa dalla logica impeccabile.
– L’imputata qua presente non ha rapinato una banca a caso. Ha rapinato la banca in cui, da anni, ha aperto il suo conto, ne consegue che una parte, se pur esigua, di quel quarto di milione di euro, è composto dal denaro della mia assistita… In oltre, nessuno può stabilire con esattezza quando denaro la mia cliente guadagnerà nel futuro. Potrebbe vincere al Superenalotto, o trovare un lavoro strapagato, e di conseguenza versare i suoi soldi proprio in quella banca… Ora, se la mia cliente dovesse finire in galera, le sue possibilità di guadagnare quel denaro nel futuro, si ridurranno drasticamente. Dovete ragionare in un’ottica temporale, la mia assistita non ha semplicemente rapinato un banca, ha preso dei soldi prelevandoli dal suo futuro. Ne consegue che, l’accusa di rapina, sussiste unicamente se voi le toglierete la possibilità di guadagnarsi quei soldi.
Se la condannerete, sarete voi a commettere un reato contro la banca!
Ora sono agli arresti domiciliari, in attesa della sentenza.
Cotica mi dice di stare tranquilla. Quando mi addormento, arrivano plotoni di maiali felici che mi dicono di stare serena.
I maiali rosa ballano, in una coreografia sincopata da film indiano di Bollywood. Colori saturi, assoli di Sitar e passi precisi, una formazione a triangolo con al vertice il primo ballerino maialino.
E io sto tranquilla, perché i miei genitori mi hanno insegnato che i musical finiscono sempre bene.

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