Una volta…

Una volta, la prima volta che sono andato ad Angoulême, ho incontrato Moebius in cartoleria. Comprava dei pennelli.

Una volta, la prima volta che sono andato a Lucca Comics, ho incontrato Milazzo in cartoleria. Faceva delle fotocopie.

Una volta, a Londra, ho aiutato un tassista abusivo a programmare il navigatore perché non sapeva le strade.

Una volta, quando si usava ancora la carta, è venuto un corriere della casa editrice a prendere la sceneggiatura che dovevo consegnare. Avevo fatto nottata, non ero ancora andato a letto e la casa era uno schifo. Non dimenticherò mai lo sguardo carico di rimprovero e disappunto di quel signore.

Una volta, conoscevo uno che veniva chiamato: Lo Scienziato, per dei motivi penalmente perseguibili che qui non dirò.

Una volta suonavo il basso.

Una volta avevo una Vespa. Una delle prime con il cambio automatico, comprata usata.
La partenza da fermo era così problematica che dovevo spingere con i piedi.

Una volta, era forse il 93 o il 94, sono andato a trovare un amico e gli ho riempito una parete di Post It su cui avevo scritto dei memo surreali tipo: ricordati di cambiare l’acqua all’ippogrifo, o: dopodomani cade la scacchiera. Ho consumato un blocchetto intero.

Una volta mi sono addormentato al decollo al JFK e mi sono risvegliato a Madrid, con una fame titanica, incazzato nero perché non mi avevano svegliato per la cena.

Una volta ho trovato per terra cinquemilalire e le ho spese tutte in sala giochi con Operation Wolf. Anni dopo, ho giocato ancora a Operation Wolf e l’ho terminato con un unico gettone.

Una volta ho mangiato quello che a me sembrava un barattolo di trippa del discount, ho notato dopo il pastore tedesco che c’era sull’etichetta.

Una volta una che filavo ha preferito limonare con uno che di cognome faceva Gobbo.
Ha condizionato parecchio la mia adolescenza.

Una volta avevo un soprannome e in pochissimi conoscevano il mio nome e tantomeno il mio cognome. Ecco perché ho la fedina penale pulita.

Una volta, la mia macchina preferita, quella che avrei voluto comprarmi da grande, era la Ford Capri.

Una volta, a militare, ho massacrato di botte uno perché, per noia, aveva ucciso un cagnolino randagio usando una pala.
Programmai l’agguato con cura e il bastardo non fu mai in grado di riconoscere il suo aggressore.

Una volta ho accettato un lavoro dicendo di sapere benissimo l’inglese.
L’inglese l’ho imparato facendo quel lavoro.

Una volta ho tenuto un segreto così a lungo che alla fine non me lo ricordo neanche più.

Una volta dormivo di giorno e lavoravo e vivevo di notte. Dicevo di seguire il fuso orario indonesiano.

Una volta, per scherzo, ho abbonato un mio compagno di classe a tutto quello a cui potevo abbonarlo inviando cartoline prestampate, indicando il suo nome, il suo cognome e il suo indirizzo.
Sono passati quasi trent’anni e spero che sia riuscito a disdire tutto.

Una volta, io e altri due, accettiamo un invito e andiamo a un rave party illegale poco fuori Milano. Ci dicono più o meno dove si terrà, e partiamo. Nella notte, senza sapere la destinazione esatta, solo un: “più o meno laggiù”.
Niente cellulari, niente navigatori, non esistevano ancora.
Percorriamo la strada nottetempo, guardandoci in giro. Attorno a noi la campagna lombarada.
Capannoni, cascine, posti giusti per un rave. A destra, scorgiamo delle luci e una stradina sterrata che conduce dove ci sono quelle lucine. Blu.
– saranno le luci del rave!
Dice uno.
Ci infiliamo nella stradina e ci avviciniamo.
Una stradina stretta, buia, nessuna luce in giro, tranne quelle lucine blu che si vedevano all’orizzonte.
Erano le luci delle camionette dei Carabinieri che portavano via la gente.
Ho spento al volo i miei fari, e ho fatto la stradina in retro, a tutta velocità, con il rischio di finire nei fossi.

Una volta, ero sinceramente convinto che due ragazze mi avessero invitato a casa loro per coinvolgermi in un ménage à trois.
Invece, avevano dei mobili da spostare.

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