Il coronavirus a Baggio

Baggio è un quartiere periferico di Milano, ed è un quartiere, diciamo, piuttosto pittoresco.
Non è più la Baggio che faceva paura di decenni fa, quella che si è guadagnata sul campo il motto: vieni a Baggio se hai coraggio.
Negli ultimi tempi il quartiere è stato sistemato, ripulito, ci sono dei bei locali e via Ceriani è diventata un vero gioiello.
Una volta all’anno, in ottobre, per la Sagra di Baggio, facciamo più presenze del Fuorisalone.
Certo, ci sono delle vie, degli scorci, dei palazzoni e dei cortili che richiedono una certa dimestichezza con i canoni del comportamento di noi tamarri per stare tranquilli, ma tutto sommato è solo una questione di way of life.
Se hai vissuto solo e soltanto in centro puoi avere qualche difficoltà a stare bene da queste parti, più che altro per l’imprinting pettinato che hai avuto.
Magari ti stupisci perchè qualcuno può lasciare l’auto in seconda fila con le chiavi dentro e qualcuno no, o magari farai una faccia un po’ schifata passando accanto al Sert in ora di punta.
Qui da noi si respira quell’aria da quartiere dove un po’ ci conosciamo tutti, Ghali compreso.
Noi tamarri di Baggio non siamo immuni al coronavirus. Quindi, a parte qualche cumpa di ragazzini temerari che vanno a far casino in piazza di notte, la quarantena è stata rispettata da tutti.
Non dai vecchi, questo no, ma non è un problema comune, non del mio quartiere.
La quarantena è stata rispettata anche dal mio dirimpettaio, che per comodità chiamerò Nunzio.
Nunzio ha circa 35 anni, è tutto tatuazzato, vive in casa con due pitbull dall’aria feroce, ma che in realtà sono due patatoni. Quando li incontro mi fanno le feste e agitano le code come fossero fruste. Spesso Nunzio va sul balcone in mutande, a fumare o a sbraitare al telefono. Parla il tipico baggese. Un italo milanese dalle vocali molto allungate.
Mi sono sempre chiesto che lavoro facesse, ma non ho mai avuto occasione di chiederglielo, anche se parliamo spesso da balcone a balcone, una cosa tipica delle vecchie case di ringhiera milanesi. Una volta mi ha chiesto se secondo me la carne scongelata si poteva ricongelare. Gli ho detto di no, guadagnandomi così il suo rispetto.
E per noi di Baggio il rispetto è tutto.
Ci parlo volentieri con Nunzio, quando ci incontriamo sui rispettivi balconi, a una ventina di metri di distanza l’uno dall’altro.
Un paio di sere fa faceva caldo. Il sole stava tramontando e fuori sul balcone si stava davvero bene. Sono uscito a prendere una boccata d’aria, ed eccolo lì. Nunzio. Con la sigaretta in mano e uno dei due pittbull con la testona incastrata tra le inferriate del balcone a guardare giù verso il cortile vuoto.
Nunzio mi guarda, mi saluta, e ricambio.
– Come ti và, oh?
Mi chiede.
– Non c’è male, ma ne ho piene le palle.
– A chi lo dici!
– Beh, dai… Almeno tu puoi uscire a portare a spasso i cani.
– Questo sì, però… Caaazzo. Non me la passavo così male nemmeno quando ero ai domiciliari, oh!
Tutto questo accade solo perchè Baggio è un quartiere periferico di Milano, ed è un quartiere piuttosto pittoresco.

 

 

 

 

2 thoughts on “Il coronavirus a Baggio

  1. Gentile Sig. Diegozilla, ma lei abita a Baggio? Perdoni la domanda personale, ma non ho mai avuto il piacere di conoscerla, non dico personalmente, ma almeno di fama. Mi piace il modo in cui scrive, poi il suo nome d’arte piacerebbe molto a mio figlio Diego, che ama disegnare e scrivere fumetti.
    Io abito a Baggio dall’età di cinque anni, e dalla ricrescita dei miei capelli in quarantena, si capisce che la mia età è oramai quella di una signora.
    Baggio è il mio quartiere, la mia dimensione affettiva, e mi manca molto.
    La saluto cordialmente, Alessia Luzzi

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