La commedia all’italiana e wikileaks.

Wikileaks di qui, Wikileaks di là. Se fossi un giornalista italiano, o un direttore di un giornale italiano, mi sentirei offeso di brutto e rosicherei un bel po’.
Wikileaks ha mandato i suoi file in anteprima a un bel po’ di giornali, Der Spiegel, El Pais, eccetera e non ha mandato niente di niente ai giornali italiani.
Niente.
Questo la dice lunga, lunghissima, sulla reputazione internazionale della nostra carta stampata.
Ed è su questo che si dovrebbero scrivere pagine, pagine, pagine e pagine.
E’ una figura di merda in carpiato con doppio avvitamento.
Se, e bada bene dico: se, hai messo il nasino fuori dal nostro Paese, ti sarai sicuramente accorto che non era necessario il Cablegate per capire che a livello internazionale siamo considerati dei cialtroni.
Mi ci sono scontrato frontalmente due volte. Una volta a Londra. Il tizio dentro il baracchino che mi stava vendendo i biglietti per andare a teatro, quando ha capito che eravamo italiani ha voluto, a tutti costi, insistentemente, parlare prima del Milan, e poi di Silvio.
Ci ha preso per il culo in modo favoloso.
La seconda volta, un paio di settimane fa in Turchia. Compro un panino in un chiosco, per strada.
Il tipo non parla inglese, io non parlo turco. Ci capiamo a gesti. Vuole sapere da dove vengo. Italia.
Allora fa quel gesto internazionale, che significa fottere, e lo accompagna dicendo: Berlusconi! E ride, ride, ride.
Altro che Cablegate.
Che poi, volendo dirla tutta, a me non sembra così strano che i diplomatici parlino tra loro senza filtri e in quel modo lì.
Forse però, questa è una nostra percezione. Una percezione italica. Visto che siamo abituati a toni, barzellette, modi di dire, esternazioni, che in un qualunque altro paese del mondo porterebbero alle dimissioni di qualcuno.
Il Cablegate mette in luce un grandissimo gap culturale. Le popolazioni tribali del Borneo vedono atterrare un aereo e pensano che siano gli dei, noi leggiamo cose che per gli altri sono un grandissimo scandalo e non ci fanno alcun effetto.
Manifestano la distanza, ormai incolmabile, tra quello che pensa il Mondo, e quello che pensiamo noi. La lontananza siderale tra la policy globale e la policy del nostro Paese. Dove, giusto per fare un esempio, sono ancora in uso parole come: negro.
(Ora non venirmi a fare le pippe da accademia della crusca di ‘sta fava sul fatto che negro nella lingua italiana non ha un accezione dispregiativa. Parliamo una lingua che parlano in quattro, siamo in minoranza e vincono gli altri.)
La favolosa reazione media di fronte ai file di Wikileaks è:
– Quelle cose le sapevamo già.
Bravo, allora sei doppiamente coglione.
Io per primo.
E nella mia estrema coglionaggine, lo so già che non succederà nulla.
Assolutamente nessuna conseguenza.
Ed è su questo che si dovrebbero scrivere pagine, pagine, pagine e pagine.
E poi c’è Frattini.
Quando ha detto: Wikileaks vuole distruggere il Mondo, io non potuto fare a meno di immaginarlo su un palco, strizzato dentro a dei pantaloni di pelle, con di fianco Ghigo Renzulli.
Frattini, con vocione e i capelli lunghi che canta:
Ehi ehi ehi, amigo, tu vuoi distruggere il Mondooh!
Le pazze risate amare della commedia all’italiana.

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