Cyberbulli sotto i rulli.

Gli adulti tendono a rimuovere.
Molti adulti, troppi adulti, si sono dimenticati di quel periodo di merda chiamato: ciclo scolastico e adolescenza. Non hanno memoria di quanto fosse dura la loro vita in quegli anni.
Ogni tanto ci pensano la cronaca e il web a ricordare agli adulti com’è spietata e aggressiva la vita dei ragazzi. Una quotidianità fatta di rutti, risate, bestemmie e violenza di branco, fisica o psicologica, verso i più deboli.
Che sia bullismo stradale o bullismo digitale, che ci siano o meno le prove condivise in rete degli atti di bullismo, la cosa non cambia.
Anzi. Il web diffonde e conserva tutto quello che altrimenti verrebbe dimenticato.
Di quanto è accaduto alla mia generazione, per esempio, non è rimasta alcuna traccia.
Io ero un ragazzino della Milano degli anni 80.
In quel periodo i figli dei mafiosi in soggiorno obbligato facevano letteralmente il cazzo che volevano. Questi criminali in erba avevano sempre dei fratelli più grandi da chiamare. Era come mettersi contro i fratelli Dalton dalle vocali aspirate. Avevano sempre un amico di Piazza Prealpi da evocare al momento giusto, e per loro vigeva l’assoluta impunità.
Ogni tanto venivano sospesi, ma tanto ti aspettavano fuori, per cui alla luce dei fatti per te non cambiava nulla.
Di tutto questo, agli insegnanti, ai preti dell’oratorio, alle autorità scolastiche, non fregava assolutamente nulla.
Tuttalpiù cercavano di giustificare gli atti di bullismo dicendo:
– Dovete capire, viene da una famiglia difficile.
C’erano anche i bulli normali, non necessariamente legati al crimine organizzato. Dovevi difenderti pure da quelli. Nonostante tutto, in confronto ad altri ragazzini che conoscevo a quei tempi, mi è andata di lusso.
Nella Milano degli anni 80, per i figli delle famiglie “non difficili”, c’erano due modi per sopravvivere.
Il modo ritenuto giusto era di tenersi il più possibile lontano dai guai. Al punto di vivere a culo stretto e con la testa china dalla quinta elementare alle superiori, sperando che nessuno ti rompesse i coglioni. Lasciando però che li rompessero a qualcun altro.
Adesso il periodo si è allungato. Ai miei tempi quella bella gente frequentava a stento e di rado soltanto la scuola dell’obbligo, una minima parte arrivava alle superiori.
Oppure c’era il modo sbagliato: rispondere alla violenza con il doppio della violenza.
La mia soluzione?
Ho imparato a usare il Nunchaku quando avevo 11 anni.
Oggi come allora, per me, la soluzione al bullismo, cyber o organico che sia, è che ai bulli devi fargli male.
Tanto.
Oggi i mezzi per castigarli sono molto più efficaci di un aggeggio di legno e corda nato per battere il riso a Okinawa.
Non sto facendo più distinzioni tra vita reale e vita digitale. Non mi serve più, dal momento in cui sono costantemente connesso e in relazione con il mondo attraverso i social che, tra l’altro, amplificano la percezione emotiva della realtà. Bisogna pensare al digitale come parte integrante della realtà fisica e non come un surrogato.
Quindi, se dal bullismo di strada mi difendo in modo fisico, dal bullismo digitale io devo difendermi con degli strumenti digitali.
La legge?
A che cosa ti serve invocare la legge quando ti basta aprire una App?
Cento imbecilli che si accaniscono contro una ragazzina su un social network devono subire in modo diretto e spietato le conseguenze delle loro azioni.
A differenza di quanto accade nella real life, sul web basterebbe un Bot, settato per ricercare specifiche parole chiave, per identificare e mettere sotto osservazione un cyberbullo.
Non servono nemmeno dei moderatori umani.
– Eh, ma alcuni bulli sono anonimi, usano i nickname!
Non prendiamoci per il culo.
Quelli di Google sanno più cose su di me di quante ne sappia io.
Il cyberbullismo avviene su dei social network mainstream che lavorano ad un livello della rete dove, di fatto, l’anonimato non esiste. Non stiamo parlando di reti oscure nel deep web.
Tu puoi non sapere chi sono quelli che ti stanno rompendo le palle on line, ma chi ti sta offrendo il servizio lo sa benissimo. Anzi, meglio: l’ufficio marketing di chi ti sta offrendo il servizio lo sa benissimo.
Comunque, con il passaggio da sociale a social, anche il concetto stesso di anonimato va rivisto.
Che mi frega sapere che il bullo Thor98 si chiama in realtà Mario Rossi?
Per fargli una causa che non andrà mai a finire da nessuna parte?
Che importanza ha sapere il nome reale quando, con il flusso di dati e informazioni, posso creare un ID Digitale dinamico di Thor98?
Posso sapere da dove si collega, che tipo telefono ha in mano, qual è il suo livello di conoscenza dell’italiano in base alle autocorrezioni dei testi che digita, a che ora si connette, che cosa compra in rete, che cosa guarda, che foto posta, che cosa condivide, quali sono i suoi amici, posso fare un profilo piscologico in base ai suoi status, posso sapere dove va in vacanza, posso seguirlo con i geotag, posso sapere quando e con chi chatta, posso sapere i suoi gusti, le sue preferenze, in base ai collegamenti su You Porn posso anche sapere quante volte al giorno si tira le pippe.
Di lui posso sapere tutto quello che serve.
Le informazioni che sono servite per generare il filmato del compleanno di Facebook, basterebbero per inchiodare per sempre qualsiasi cyberbullo. Non serve neanche tirare in ballo l’NSA.
Se si usassero il web e la tecnologia in modo consapevole, e non per diffondere merda, con questi dati si potrebbero intraprendere delle azioni molto più efficaci, rapide e dirette di una qualsiasi azione legale nella real life.
Una volta tracciato e identificato il bastardo di turno, raccolte tutte le informazioni possibili su di lui, il passo successivo potrebbe essere la creazione di un database dei cyberbulli e una App di auto-difesa.
Tutte le volte che leggo: “adolescenti lasciati soli davanti a un computer” a me viene da ridere.
Conosci un adolescente che non sia solo?
Gli adolescenti sono sempre soli, davanti, dietro, sopra, sotto o di fianco a un computer.
Un adolescente sano di mente è solo, perché vuole rimanere solo, altrimenti non sarebbe un adolescente. E non ti darà retta, mai. Soprattutto a te che sei adulto.
Diamo alle vittime, e alle potenziali vittime di atti di bullismo i mezzi per difendersi.
Da subito e da soli, senza dover chiedere nulla agli adulti.
Una App di auto-difesa potrebbe mettere in relazione tutti gli utenti che rischiano di subire, o che stanno subendo atti di cyberbullismo. In questo modo potrebbero parlare tra loro, darsi supporto, non essere più “soli” davanti a un computer. Coalizzarsi e fare fronte comune.
Potrebbe anche dare alle vittime tutte le informazioni necessarie per attaccare i bulli, direttamente on line, sputtanandoli senza pietà.
Perché nell’era dell’informazione, le informazioni sono armi.

8 thoughts on “Cyberbulli sotto i rulli.

  1. Brutale ma ‘quasi’ efficace. Perché se ai tuoi tempi i Nunchaku erano tuoi e potevi usarli per difenderti, l’App che proponi potrebbe diventare essa stessa un mezzo per i bulli. Come impedire a questi ultimi di utilizzare a loro volta quell’app per amplificare il già efficace lavoro da bullo?
    Temo che la soluzione, anche oggi che viviamo in un mondo cyber-reale, i Nunchaku rivolti sulla testa bacata di Thor83 sarebbero più efficaci, tant’è che – in base alla mia esperienza personale (non ho dimenticato quegl’anni) i bulli son bulli perché cercano l’attenzione degl’altri, voglio sopraffare e stimarsi per ciò che fanno, vogliono che gli altri abbiano paura di loro, e di conseguenza la loro identità non è assolutamente sconosciuta alla vittima. Quest’ultima, per paura, non la rivela, così come la sua cerchia d’amici (che non vuol finire ‘bullata’ pure lei), così come tutti i ragazzi della scuola (divisi tra chi si diverte, chi apprezza, chi sta zitto e gira al largo etc etc) e probabilmente l’omertà circola oggi tra i teenager esattamente come alla mia epoca… tutti sanno quando sono a scuola, nessuno sa quando sono fuori da scuola e in rete. Se si vuole stare tranquilli e non tormentati da un bullo, la regola è sempre quella: far vedere che non si ha paura, e che si hanno i Nunchaku (anche se sono contrario alla violenza… ma quando ce vò, ce vò!).

  2. Caro Diego (scusa se ti do del tu, ma iniziare con sig.Cajelli mi sembra strano)

    Quello che tu offri è uno scenario interessante del bullismo e del cyberbullismo sia della tua generazione, sia di quella attuale. Per quanto capisco e comprendo le tue posizioni, ci sta un passaggio che mi ha particolarmente colpito:

    “Di tutto questo, agli insegnanti, ai preti dell’oratorio, alle autorità scolastiche, non fregava assolutamente nulla.
    Tuttalpiù cercavano di giustificare gli atti di bullismo dicendo:
    – Dovete capire, viene da una famiglia difficile.”

    Penso che sia questo, uno dei punti fondamentali. Se per i figli di criminali la situazione è più complessa e difficile (per tutte le ragioni che ne conseguono), per quanto riguarda i bulletti di famiglie “normali”, il fatto che molti insegnanti (spero che non siano tutti) si voltano dall’altro lato, sia il vero problema. Perché un’insegnante non deve solo spiegarti la sua materia, ma deve anche insegnarti “come si vive”, anche in maniera spietata. Invece sento di molti colleghi (sono insegnante alle prime armi, e essendo abbastanza giovane, sò cosa si provava a stare “dall’altra parte della barricata”) che quando sentono di casi di bullismo nelle loro classi, fanno spallucce perché non possono accettare che tali casi possano minare il loro prestigio e la nomea che si costruiscono tra i colleghi. E penso che anche questo sia un grosso problema. Dall’altra parte, molti insegnanti hanno a che fare con dirigenti scolastici che fanno “orecchie da mercante”, perché si tratta di problemi che rischiano di far diminuire il numero di alunni che si iscrivono negli istituti da loro gestiti; meno iscritti = meno alunni = scuola che rischia di chiudere = perdita di lavoro o trasferimenti in altri istituti.
    Sono convinto che oggi, i casi di cyberbullismo siano più facili da combattere, ma sono ancor più convinto che per risolvere il problema bisogna partire dalle basi da cui nasce, e non quando il problema è già nato e cresciuto.

  3. è l’unica cosa su cui discutiamo io e la mia compagna in caso avessimo figli: io sono per crescerli al “picchia per primo, e picchia a far male”, lei no. se me lo avessero insegnato i miei genitori adesso mi ricorderei le medie invece di avere un vuoto da stress post traumatico.

    1. Non sono per niente d’accordo.
      “Picchia per primo” è la fonte di ogni violenza, tanto vale crescere un bullo.

      Io sono per il “picchia per ultimo”.
      Perché chi picchia per primo, picchia due volte, ma chi picchia per ultimo, se picchia bene, il primo non si rialza.

  4. oppure diego una bella maglietta (da indossare anche il lunedì) con su scritto “VIENI A BBAGGIO SE HAI CORAGGIO!”

  5. Tutto bello. Poi lui vede il database con tutti i suoi dati sensibili, va dall’avvocato e ti denuncia per violazione della privacy e diffamazione. Perdi, perché perdi su tutta la linea e non hai una difesa valida, e devi dargli 20,000 euro. Alché tu dici al giudice “ma lui è un cyberbullo”, il giudice risponde “e lei l’ha denunciato?” “no, non sarebbe andata da nessuna parte”. Fine. E questo non lo dico per fare il disfattista, ma per prima esperienza. Se reagisci come hai descritto, i bulli ti piallano. C’è già chi ne sta facendo una professione.

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