Fumetti: sarò antipatico, ma…

Tutti i discorsi, giustissimi, sacrosantissimi, condivisibilissimi, sul fatto che il fumetto in Italia non viene preso sul serio culturalmente e socialmente sono abbastanza accettabili fatti dai professionisti, diventano stucchevoli quando a dire quelle cose sono i wannabe.

Schizzo veloce fatto in dieci minuti” è avere la coda di paglia sui social.
Se non è fatto bene non cercare giustificazioni, non diffonderlo e basta. Ci fai una figura migliore.

La battuta:
– E tu che fai?
– Fumetti
– No, intendevo di lavoro.
È l’equivalente fumettistico di Alvaro Vitali che mostra a Michela Miti il diorama con il piccolo water e la candela. (Chicago di notte, professorè!)
Un classico, ci mancherebbe. Una volta fa ridere, due forse, adesso anche basta però.

Trovo molto offensivo che in ambito realistico si usi il termine “topolinesco” come termine dispregiativo per un passaggio di trama o un soggetto.

Non riesco a prenderti sul serio se scrivi Graphic con la “F”

Se fare fumetti “fosse un lavoro preso sul serio”, chi dice di aver lavorato per la Marvel perché Cebulski gli ha fatto fare delle prove (e poi basta) dovrebbe avere delle crisi di panico.

1 thought on “Fumetti: sarò antipatico, ma…

  1. Mi sembra che il punto di questo post sia un po’ fuori fuoco.
    Capisco che sia diretto verso chi da la colpa delle proprie carenze e illusioni a un sistema in cui non appartiene pur volendolo e che per primo non prende seriamente, dato che si sente automaticamente in diritto di farne parte
    (a margine, odio il termine wannabe, la sua diffusione in ambito fumettistico e in generale il gergo da forum usato seriamente, ma queste sono idiosincrasie mie).

    Però mi sembra che di delusi mitomani che gridano allo scandalo quando non vengono apprezzati, secondo loro ingiustamente, sia pieno ogni campo. Bisognerebbe ignorarli e basta, anche se capisco che in un bacino più stretto i rompiscatole annoino ancora di più.

    Se ci sono dei discorsi giustissimi, sacrosantissimi e condivisibilissimi sulla situazione culturale del fumetto (italiano e non), penso di essere in grado di poterli fare anche io, senza essere un professionista, e indipendentemente dal fatto se io voglia o meno un giorno esserlo.
    Anzi mi permetto di dire che spesso certe mentalità e certe problematiche che portano alla situazione culturale del fumetto provengono proprio dai professionisti (che sono in fondo tra i primi a poter avere un impatto comunicativo concreto).

    Ripeto, lo capisco che il post è indirizzato a quelli che, appunto, scrivono grafic, non sanno tenere una matita in mano, pretendono di essere presi sul serio e danno la colpa alle lobby del fumetto, allo stato o salcazzo, perché se era un paese serio loro erano profeti adorati, famosi e pieni di soldi.
    Però ecco, come riflessione generale mi viene anche in mente che questa chiusura, questa divisione tra chi può e non può parlare del fumetto, chi può lamentarsi di cosa e chi no, a me non piace.
    Gli idioti sono idioti, a prescindere se aspirano a fare fumetti o altro, se sono appassionati di qualcosa o meno, se sono professionisti in un determinato settore o no.

    Io al fumetto gli voglio bene, e finisco inevitabilmente a pensare anche al suo stato culturale e artistico, a come potrebbe essere migliorato e quando ci sono ai problemi e alle cose che mi fanno girare.
    Tra queste di sicuro per me non c’è l’assenza di meritocrazia o il fatto che io non sia un professionista senza aver fatto nulla per esserlo, viceversa c’è sicuramente il fatto che spesso, quando c’è l’occasione, mi devo sentire in dubbio se poter esprimere la mia opinione nell’ambito senza avere un patentino.

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