Venerdì zombie, e due!

Lo zombie haitiano occupa una buona parte della storia dell’horror, il fascino dell’esotico in bianco e nero, gli strani riti, la sensualità delle mambo, sono elementi tipici dei primi passi cinematografici e letterari dei Morti Viventi.
Uno per tutti: Ho camminato con uno zombie, diretto nel 1943 da Jacques Tourneur, ma è solo uno dei più facilmente reperibili, assieme al film del 1932 White Zombie di Victor Helpering e alla recente reprise haitiana di Wes Craven ne Il serpente e l’arcobaleno del 1988.
Qualche appassionato incallito, potrebbe sciorinare un centinaio di titoli di racconti da Weird Tales e di film sugli zombie classici, ma quello che ci frega veramente è ciò che succede nel 1968.
In quell’anno lo Zombie diventa maturo, diventa un autentico fenomeno di massa, un archetipo preciso e riconosciuto, direbbero quelli che hanno studiato.
Nel 1968 esce nelle sale americane: La notte dei morti viventi, primo capitolo del ciclo romeriano sugli zombi.
Finalmente, grazie alla mirabile interpretazione di Bill Hinzman, non serve un fondale caraibico, non serve una tizia con un asciugamano in testa che agita le chiappe a ritmo di tamburi, non serve più Haiti per fare uno zombi.
I morti camminano nelle nostre città e non in un remoto paese lontano, loro sono qui, adesso, vedremo poi il perché… Quello che conta è che sono tanti, hanno fame e noi siamo il loro cibo.
La cosa più terribile?
Non sono degli schiavi nella piantagione, non sono degli sconosciuti vestiti di stracci, tra quella gente c’è il tuo vicino di casa, tuo fratello, tua figlia…
Non è più un fenomeno circoscritt. L’apocalisse Zombie è uno dei pochi eventi horror ad avere una collocazione narrativa su scala globale, non c’è posto in cui puoi nasconderti, loro ti raggiungeranno.
Devi essere pronto.
Questo e l’altro modo di concepire gli Zombi.
George A. Romero, il regista che ha fatto debuttare in società lo Zombi, trasformandolo in una creatura politica, già nel primo film dava alcune indicazioni fondamentali, risposte private dal folklore della tradizione haitiana.
I Morti escono dalle loro tombe. Tutto ciò che muore in un contesto zombesco, rivive, anche se la morte avviene per cause naturali, o per incidenti non collegati agli altri zombi.
In sostanza, la resurrezione non è un elemento controllabile dai vivi, e soprattutto, questa resurrezione non è la rinascita delle anime annunciata dalla cultura cattolica.
La creatura che si solleva dalla sua tomba è un essere umano intellettualmente ridotto ai mini termini, con scarse funzioni vitali, la putrefazione causa la sua lentezza nei movimenti, a guidarlo è l’istinto, il suo scopo è nutrirsi.
Non sente dolore, e l’unico modo per ucciderlo in modo definitivo è sparargli in testa.
A differenza di tutti gli altri mostri, lo Zombi è una creatura sociale, si muove in gruppo, si associa con altri suoi simili, e da questo fattore derivano i principali problemi.
Se è semplice gestire venti zombi avendo in mano un UZI, è già più complicato gestirne due avendo a propria disposizione solamente un bisturi, soprattutto se uno dei due zombi è il tuo fidanzato.
Oggi lo zombie corre.
Ieri no.
Per il resto, poche differenze.
Oggi lo zombie è un archetipo che scavalca il confini dei generi narrativi.
Ieri un po’ meno.
La seconda cosa che fa Romero con lo zombie è portarlo al supermercato, al centrocommerciale, e su questo elemento la critica farà ore ed ore di dibattiti. Il risultato, su di me, è che dopo aver visto Zombie (secondo capitolo del ciclo romeriano) vado nei centri commerciali guardandomi attorno con occhi diversi.

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