Luther, Misfits e Sherlock. (seconda parte)

Misfits Seconda Stagione.
Su questa stagione la mia distanza anagrafica dal target si è fatta sentire con maggiore intensità.
Insomma, tutta la faccenda di Supehoodie è fighissima se la “senti” per la prima volta. Altrimenti è un qualcosa di già visto e già condito in tutte le salse possibili.
Misfits Terza Stagione.
L’unico commento possibile alla terza stagione di Misfits è la seguente: Vaffanculo.
Oppure, il meno volgare: avete rotto il giocattolo.
Sì, salvano un paio di episodi, e si salvano per il motivo sbagliato: postmodernismo citazionista omaggista adiacente alla parodia.
Sherlock Prima Stagione.
Sherlock Holmes non mi è mai stato simpatico. Anzi, non credo che Sherlock Holmes sia stato scritto con l’intento di creare un protagonista simpatico e friendly.
Più antipatici di lui, sono stati tutti i tentativi di trasformare il personaggio in un prodotto appetibile anche per chi non ha mai letto i romanzi. Ovvero: tutti quelli che non sono rimasti a tu per tu con un ossessivo compulsivo fuori controllo per un migliaio di pagine.
I film con Basil Rathbone?
Devi dire che sono belli perché devi, perché sono dei classici. In realtà, in una clinica danese quei film vengono usati come terapia contro l’insonnia e funzionano benissimo.
I telefilm con Jeremy Brett? E no. Sherlock deve essere antipatico, non deve avere la faccia da stronzo così, aggratis.
I nuovi film di Guy Ritchie? Escono a Natale. Assieme ai cinepanettoni. Un motivo ci sarà, no?
Poi, arriva Sherlock di Steven Moffat e Mark Gatiss. Portano il detective ai giorni nostri, coniugandolo alla data odierna. Paradossalmente, estrapolare Holmes dal suo contesto storico abituale, amplifica e ingigantisce le caratteristiche del personaggio. La serie è un Holmes al cubo, dove è evidente che abbiamo a che fare con uno che non sta tanto bene.
Ed è assolutamente grandioso.
Holmes viene scritto di-nuovo, senza aggiungere nulla, senza spostare una virgola, senza Pucci e senza “occhiali da sole”. (Se segui i Simpson sai di che cosa parlo, altrimenti pazienza)
La serie conserva l’essenza più pura del racconto classico, ne conserva l’anima. Ecco perché più che un remake del personaggio è proprio una sua reincarnazione.
Scritto, tra l’altro, con una furbizia sopraffina. Una scrittura sempre in equilibrio tra la citazione diretta da Conan Doyle, l’inside joke per appassionati e l’aggiornamento del linguaggio narrativo.
Poi ci sono quei due lì. Benedict Cumberbatch e Martin Freeman. Diciamolo subito: due fighi.
Mi è bastato il primo episodio per ricevere un fortissimo imprinting evocativo, e ora, sul serio, Sherlock e Watson per me non possono essere che loro due.
Sono perfetti. Armonici con il racconto e, non volendo, dimostrano anche che cosa si può fare in un sistema televisivo funzionale all’intrattenimento e non soltanto a sé stesso, come invece è il nostro.
Giovani. Giovani loro e giovane anche Moriarty. Tra l’altro uno dei Moriarty più convincenti e obliqui di sempre. Che cosa significa?
Significa ricerca.
Significa aver capito che l’ennesima serie in costume su Sherlock Holmes, probabilmente non l’avrebbe guardata nessuno. Io per primo. Significa usare davvero un archetipo narrativo fino in fondo, e farlo brillare come una supernova.
Ormai lo sanno tutti che Watson è l’interfaccia di Holmes. E’ il tramite con cui i normali esseri umani riescono ad accedere al mondo di Sherlock. Nei romanzi questo ruolo è chiarissimo, reso palese al punto di usare la voce di Watson come voce narrante. Nella serie Sherlock c’è un upgrade dell’interfaccia. Si evolve quel legame, si perde quella fastidiosa aria di sudditanza mentale, e Watson diventa complice. Diventa la parte umana di Holmes. Diventa, a suo modo, colui che protegge Sherlock da sé stesso.
Sherlock Seconda Stagione.
Spiegato il contesto, le regole del gioco, presentato (o ri-presentato) i personaggi, amplificato gli elementi narrativi che andavano pompati e creato un bel legame emotivo con il pubblico, era arrivato il momento di colpire duro.
Tanto duro quanto può esserlo un lungo racconto cinico sui tempi in cui viviamo tutti, non soltanto i personaggi della serie.
La seconda stagione di Sherlock è un lavoro sulla manipolazione, sull’uso strumentale dei media, su quanto e come si possa essere usati a livello sociale. E’ una stagione fortemente politica, con tuffi nel mare nero della comunicazione di massa e nell’abissale tristezza della società contemporanea.
Io ci vedo un legame perverso con “The Apprentice”. Non saltare sulla sedia, ora ti spiego.
Moriarty per mettere in pratica i suoi piani non utilizza i cattivi con il pigiama/divisa che utilizzerebbe un Goldfinger qualsiasi.
Nell’estrema attualità di Sherlock, il genio del male usa la stessa gente senza anima che puoi vedere seduta davanti a Briatore. Un personaggio come la giornalista Kitty Riley, è vero e autentico. E’ tremendamente realistico, sembra uscita ieri dallo IULM. Soltanto lei poteva mettere in moto il grande strumento di distruzione che porta alla conclusione degli eventi.
Un finale dove la morte, prima di essere fisica, è per forza di cose una morte sociale.
E ora sono qui, che attendo con ansia la terza stagione.

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