Le parole che odio, reprise.

Meritocrazia.
Parola usata del tutto a sproposito in una marea di discussioni, in rete e non.
In origine il termine identifica: “un sistema di distribuzione di riconoscimenti e compensi basato esclusivamente sui meriti individuali”.
(Sorvolo sul fatto che la parola venne creata nel 1958 e che in origine aveva un significato negativo)
Oggi “Meritocrazia” viene intesa, grazie ad un arzigogolato processo retorico, non più come un’azione legittima legata al valore del merito, ma come una sorta di imposizione dovuta, indipendente dal merito effettivo, in virtù del fatto che Tizio non occupa il posto che vorrebbe occupare.
Dato che per identificare un valore di merito è necessaria una figura sopra le parti, nel favoloso mondo dove è la soggettività a farla da padrone, io autodefinisco il mio merito, e a priori non riconosco alcun merito nell’altrui.
La conseguenza è semplice: Devo esserci io lì e tu no, perché? perchè no, perché vogliamo la meritocrazia.
In sostanza, la parola oggi assume un significato molto simile al “6 politico” di alcuni anni fa, o del “un po’ a te, un po’ a me”, e in un modo tanto favoloso quanto paradossale, si svincola dall’effettiva presenza di un valore o di un merito in chi invoca la meritocrazia.

Confessionale.
Io i cattolici non li capisco proprio. Sono pronti a fare il diavolo a quattro su questioni legate ad alcuni diritti individuali, diritti ovvi per una società civile, ma lasciano che un sacramento fondamentale per la loro religione venga usato nel linguaggio comune per indicare la più becera pratica del modo più becero di fare televisione.
Io, pur non essendo cattolico, provo un senso di estremo fastidio ogni volta che un reality a caso sento dire: e ora andiamo al confessionale.

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