Asterios Polyp, la recensione che forse aspettavi.

Non so bene quando, ma una volta Cesare Pavese se ne è uscito con una battuta maschilista fin nel midollo: “ Nessuna donna farebbe un matrimonio d’interesse: prima di sposare un miliardario, se ne innamora!
Terminata la lettura di Asterios Polyp, quella frase è stata la prima cosa che mi è venuta in mente. Chiedo subito perdono per la mia sbandata uomale-maschiale-qualunquista.
Così come la ragazza di Pavese ama davvero il miliardario che la porta all’altare, e lo ama con un amore sincero, per estensione anche Mazzucchelli ti ama da matti.
Ti vuole bene, è sincero, non ti sta prendendo per il culo. E’ davvero convinto di quello che ti sta raccontando e di come te lo sta raccontando. E’ pronto a darti quello che vuoi in assoluta onestà, non sta barando. Questo, a scanso di equivoci, è il più grande complimento che si possa fare ad un autore. Essere sinceramente innamorato della propria opera e dei propri lettori.
Perché non è possibile concepire Asterios Polyp senza essere davvero, profondamente, meticolosamente convinti in modo genuino di quello che si sta raccontando.
Per dirla come se fossimo alle medie: Mazzucchelli non ci fa, ci è.
Il volume, nella carta, nella confezione, nei font, nella grafica, nel segno, nel testo è tanto esplicito da avvicinarsi alla pornografia. Poche cose al mondo sono sincere come un porno gonzo, e qui siamo al corrispettivo alto, impegnato, favolosamente chic, della poetica di John Stagliano.
Di nuovo, a scanso di equivoci, il paragone è da considerarsi come un complimento.
Tra Asterios Polyp e “Buttman’s European Vacation” le uniche differenze si trovano nei contenuti, ma non nei metodi.
Entrambi vanno dritti al sodo, in modo diretto, hardcore ed esplicito, danno al lettore esattamente quello che vuole, quello che si aspettava e quello che stava cercando.
La percezione di essere di fronte ad un libro importante viene evocata subito, basta guardare la copertina e già capisci che siamo ad anni luce di distanza concettuale da Naruto.
Poi apri il volume, e vieni travolto da un insieme narrativo che non lascia dubbi. Disegni e testi sono concepiti per essere i più diretti possibili, per farti capire immediatamente che quello che leggerai sarà un opera di valore, con personaggi favolosamente atipici, situazioni profondamente filosofiche, dialoghi per palati fini, percorsi verso il senso della vita, metafore illuminate, livelli di lettura differenti, verso il: prendiamo il fumetto e facciamoci altro.
Cazzo, dal mio punto di vista è tutto così cristallino, tutto così chiaro fin da subito, limpido nelle sue intenzioni, che mi sembra un passo indietro rispetto al precedente “Città di vetro”.
In “Città di Vetro” il lettore era costretto a un profondo lavoro di interpretazione, una sorta di detection narrativa che lo portava a dover analizzare il significato nascosto di quello che stava leggendo.
In Asterios Polyp di nascosto non c’è niente. E’ tutto fuori, in evidenza, posto nel punto più visibile possibile.
Perché?
Perché Mazzucchelli ama i suoi lettori. E non può correre il rischio che qualcuno non riconosca il senso profondissimo di quello che sta facendo, o che non ne colga le figaggini, o il lavoro di ricerca nel disegno. Se così non fosse, non svilupperebbe nell’ indotto una forte coscienza di gruppo. Succede, quando apri uno stile di vita e non un libro.
In Asterios Polyp l’imperativo è infondere sicurezza. La sicurezza di leggere il volume adatto, mentre sei in attesa di votare alle primarie del PD. La sicurezza che se per caso la copertina sbuca dalla tua borsa shabby chic, mentre fai la spesa al Naturasì, nessuno ti guarderà male.
La sicurezza che, recensendolo, finalmente potrai tirare fuori a cazzo duro tutte le nozioni che hai imparato al corso di semiotica.
Ed è giusto, giustissimo che sia così, perché è proprio quello che vuoi.
La necessaria esplicita chiarezza, l’immediata certezza per il lettore di essere di fronte ad un lavoro sul concetto di dualità, si manifesta da subito, fin dalle primissime pagine.
Nella mia supponenza tamarra, quando vengono esplicitate le istanze intrapsichiche, e viene detto in modo frontale e diretto: “E se la realtà (come la percepiamo) non fosse altro che un’estensione del sé?” mi sono girate subito le palle.
Mi sono detto: Ma come, mi fai un lavoro sul dualismo ontologico e tiri in mezzo il concetto di “sé” y junghiano che deriva da un modello strutturale a tre elementi?
Giuro, sono così cattivo nell’animo che pensavo di aver colto Mazzucchelli in castagna.
Invece no. Alla terza lettura mi sono reso conto che non si trattava di un errore, ma di una scelta precisa, e di nuovo: esplicita.
In Asterios Polyp manca, a livello simbolico, un qualsiasi tipo di mediazione. L’equilibrio dinamico dell’Ego viene messo da parte, in un certo senso viene idealizzato, raccontato in parallelo, ma risulta assente nel corpo centrale della narrazione. In quel “Sé” estensivo sul mondo dominano l’Es e il Super-Ego, fino a quando non si ritrova un equilibrio. Ritorna il contatto con l’Ego ma ci va di suprema sfiga.
Un meteorite ci piomba un testa.
Fine.
Questo dis-equilibrio domina su tutta la narrazione, sul protagonista, sulle situazioni e sui comprimari. Personaggi che se fossimo in un fumetto di genere definiremmo come personaggi-funzione, ma nel Polypverso assumono i ruoli di finissime metafore.
Lo sbilanciamento porta ad un’inevitabile estremizzazione del racconto. Cambiano i simboli, i linguaggi, le situazioni, le intenzioni, ma questo volume a me ricorda tantissimo “Crossed” di Garth Ennis.
Tolte le differenze formali, concetti come “architetto di carta” e “faccia moncone”, ai miei occhi appaiono come il risultato di un medesimo lavoro di estremizzazione. Poi sta a te decidere quale dei due squilibri è più adatto al tuo stile di vita e quale incontra il tuo gusto. Ma estremizzazioni rimangono. Poi, se il dis-equilibrio verso l’alto è più importante del dis-equilibrio verso il basso, non sta a me dirlo. Non sta neanche a te. Lo decide la società. E lo ha già fatto. Scegliendo l’alto.
Ecco perché Asterios Polyp è un opera importante, perché rappresenta in modo esemplare quello che la (buona) società vuole e si aspetta dal fumetto nel 2012

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