Fringe, quarta stagione.

Anche se sono un grande fan di Fringe, sui titoli di coda dell’ultima puntata non ho potuto fare a meno di avvertire un certo disagio. La quarta stagione l’ho vista tutta di fila, in meno di una settimana, perchè non riesco più a guardare le serie un pezzo alla volta. Forse il mio disagio è dovuto proprio alla Fringe-Overdose a cui mi sono sottoposto. Forse chi ha seguito la serie in modo più diluito non ha avuto la mia stessa impressione.
Quale?
Quella di essere di fronte al prodotto di una scrittura iper-compiaciuta. Alla fine, quello che mi è rimasto è la dimostrazione di quanto sono stati bravi gli scrittori nell’unire i puntini.
Episodio dopo episodio ti faccio vedere quanto sono imprevedibbbbbile, quanto ne so, quanto posso sorprenderti e quanto sono narrativamente cool.
Fringe è diventata una serie dove l’estrema necessità di raccontare la continuity e la trama generale, va a discapito della narrazione episodica, ma soprattutto, va a discapito dei personaggi.
Il paradosso di Fringe è che i suoi protagonisti perdono il loro ruolo di main character, e diventano dei personaggi-funzione che si muovono con l’unico scopo di portare avanti la trama generale.
Attenzione. Non il “portare avanti la trama” come naturale processo narrativo, quanto un “portare avanti la trama” per dimostrare quanto è fortissima la storyline.
Fringe diventa speculare a Lost. Se in Lost le risposte non erano importanti, in Fringe diventano l’elemento fondamentale. Risposte. Puntini che si uniscono. Spiegazioni. L’attenzione e la cura sono ossessivamente concentrate sul portare avanti il tramone generalone, su tutte le linee temporali possibili e su tutti gli universi immaginabili.
I fan della continuity costi quello che costi, sul finire della stagione raggiungono l’estasi, ma io alzo il sopracciglio sinistro.
Un personaggio eccezionale come Walter Bishop, la cui caratterizzazione letteralmente scompare.
La figura di David Robert Jones, immolato in nome della trama generale senza alcun approfondimento, diventa un ottimo esempio di anti-narrazione.
Gente che va, gente che viene, gente che sparisce, ma non nel vero senso fringiano della parola, arrivano, vanno e spariscono dalla sceneggiatura. Punto e fine.
Perchè?
Perchè quello che conta, quello che ci interessa è raccontarti del Cortexipan e del genialissimo, quantico, minchiachecattivo, piano di Leonard Nimoy. Anche lui, ormai parodia di sè stesso, ti guarda poco convinto con i suoi occhietti da furetto.
Per fortuna che c’è Anna Torv.

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