Le maledette parole di Nichi Vendola.

Il trenta maggio ero festeggiante la vittoria pisapiesca davanti alla tivvù. Avevo tinteggiato le pareti di arancione, ballavo la rumba convinto che niente e nessuno mi avrebbe strappato di dosso la felicità di aver cacciato la Moratta da palazzo Marino.
Anzi. Con un moto di egocentrismo senza eguali, mi autoattribuivo un pochino il merito della vittoria di Pisapia. Vittoria che nel Zillaverso era avvenuta grazie al successo dei fumetti fatti per l’occasione dal sottoscritto e dal Kota.
Felice, ebbro di arancione ero lì che me la godevo. Ripeto: niente e nessuno mi avrebbe strappato di dosso quella felicità lì.
Invece.
Poi.
Parla Vendola.
Parla di abbracci ai Rom, ai mussulmani e agli stranieri. Parla di gentilezza e di cortesia.
E io ho un brivido. Ho un lungo brivido che mi parte dalla nuca e arriva ai talloni, perchè conosco bene i miei concittadini.
Vendola, il 30/05/2011 ha consegnato nelle mani dei milanotti di destra l’arma comunicativa definitiva. Una pistola che lui stesso ha caricato e che ha puntato contro la testa di Pisapia. Il dito sul grilletto non è suo, ma poco importa.
Il discorso di Vendola in piazza del Duomo è uno splendido esempio dei danni che si possono fare, in un sistema di comunicazione qualsiasi, quando si parla convinti di chiacchierare soltanto tra amici, e non ci si rende conto che si sta parlano a tutti, nessuno escluso, stronzi razzisti compresi.
Vendola non aveva capito che si trovava in un luogo dove, fino a venti minuti prima, avevamo un De Corato come vice sindaco.
Nell’enfasi della retorica politica si è dimenticato un paio di passaggi, delle premesse ovvie quando si parla a delle persone ragionevoli, progressiste ed educate. Puntualizzazioni che invece andrebbero fatte parlando a una città dove per esempio, giusto per dare i confini dell’educazione e della ragionevolezza, i commercianti si rivoltano contro i vigili quando tentano timidamente di far rispettare i divieti di sosta.
Per me era scontato che quando Vendola parlò di abbracci ai Rom, ai musulmani e agli stranieri in generale si riferiva a tutti quelli che, come “l’abbracciante”, il sottoscritto, e molto altri, vivono rispettando le leggi e le persone che si trovano di fronte.
Vendola invece non specificò nulla, non antepose per dire: “onesti”, parlò di abbracci in senso assoluto, evangelico. Di fratelli e sorelle, di comunione e liberazione. Quasi.
Tra l’altro, quel discorso, nei suoi termini generali, io lo trovai profondamente xenofobo. Razzismo al contrario, per contrapposizione.
Io non voglio abbracciare tutti i Rom, tutti i mussulmani, tutti gli stranieri e tutti gli italiani, così in generale, per dato di fatto. Perché sì.
Non sono razzista, e non mi frega assolutamente niente del tuo colore, del paese dove sei nato, del dio che preghi o del tuo orientamento sessuale. Trovo aberrante il “voler abbracciare” dei gruppi di persone, senza tener conto delle caratteristiche dei singoli individui che li compongono.
In un mondo realmente non razzista bisogna essere liberi di dire: alcuni Rom rubano, alcuni mussulmani trattano di merda le donne, alcuni italiani sono dei mafiosi, alcuni stranieri creano problemi.
Vendola da quel palco ha caricato l’arma. Una pistola che da allora tuona ogni giorno. “Abbracciamoli” è diventato un meme/tormentone più irritante di “meditate, gente meditate”.
Nei discorsi per strada e nei bar, nei commenti alle notizie, e in quel luogo di perdizione che è il forum “Casi Metropolitani” del Corriere della Sera, è un continuo abbracciare.
Se gli zingari ti svaligiano casa, troverai qualcuno ti dice: ma dovevi abbracciarli!
Un immigrato ammazza la moglie?
Ma, si, abbracciamolo.
I peruviani fanno festa sotto casa tua fino alle cinque del mattino?
Scendi e abbracciali!
La generalizzazione dell’abbraccio vendolesco, diventa il commento sarcastico del razzistello, delle commari che parlano sull’autobus, del fiume grafomaniaco dei commenti in internette.
L’ultimo esempio dell’applicazione del meme è nei commenti a quello che è successo in Duomo la notte di capodanno.
Stando alle cronache, una notte di terrore con petardi tirati ad altezza uomo, e caccia all’italiano da parte di non ben identificate bande di barbari extracomunitari.
E tutti a dire: ma dovevate abbracciarvi!
Questa favolosa arma di distrazione, creata da Vendola in quell’occasione, funziona in modo ottimo, diventando un capolavoro del ribaltamento comunicativo.
Il meme/tormentone, oltre a irritare al massimo il sottoscritto, fa perdere di vista quello che è il vero nocciolo della questione.
In piazza del Duomo c’erano diverse volanti dei vigili urbani.
Ora, dal mio sbagliatissimo punto di vista, il vero problema non sono quattro, dieci, cento tamarri di cui non mi importa il colore della pelle, la provenienza o la religione. Il vero problema sono gli organismi preposti a far rispettare la legge, quelli messi lì per garantire la sicurezza, che quando interpellati rispondono: noi non possiamo farci nulla.
Perché in un venerdì qualsiasi a Londra, i poliziotti possono eccome fare qualcosa se c’è un ubriaco molesto, e qui invece no?
Con chi te la prendi?
Contro un coglione che ti tira un raudo tra i piedi, o contro un sistema che non garantisce la tua sicurezza in una piazza, o il tuo diritto di dormire se vivi nei pressi di un parco pubblico in cui si fa fiesta a tutto volume fino all’alba?
Ovviamente, siccome viviamo in un paese profondamente razzista, il dito si punta contro gli-altri, e qualcuno ti piglia pure per il culo dicendoti che dovevi abbracciarli.
Potrebbe sembrare una cosa di poco conto. E’ soltanto un tormentone, una frase fatta, una battuta del cazzo. Purtroppo però, è quel tipo di comunicazione che penetra veramente nel linguaggio e nel pensiero comune. Non sono i discorsi, non sono i programmi, non sono le intenzioni. A entrare nelle teste sono le parole che si auto-diffondono, continuando a ripetersi, giorno dopo giorno.
Abbracciamoli.
La cosa più triste, di cui mi rendo conto adesso a distanza di tempo, è che abbiamo iniziato a perdere il giorno stesso in cui avevamo vinto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *