Wired di Ottobre.

Quella qui sopra è la copertina del numero di ottobre di Wired.
Noti niente di strano?
Un numero dedicato a Steve Jobs. Va bene, ci mancherebbe. Però c’è qualcosa. Guarda bene la cover e leggi quello che c’è scritto sopra.
Hai visto?
Questa è la copertina del nostro fallimento. Definisce, in modo netto e preciso, circostanziato e sublime la nostra inadeguatezza.
E’ una cosa piccola, quasi impercettibile. Scivola via senza essere notata. Appunto per questo motivo è estremamente significativa della nostra forma mentis da perdenti.
L’hai vista?
Ti aiuto.
E’ in questo titolo.

E’ una cosina minuscola. E’ una parola. Ma sono sempre le parole a fotterti, perché le parole sono il veicolo per dire al mondo quello che pensi. E quando pensi male, usi le parole male.
Sì, è un termine che si può utilizzare anche così, è nel nostro linguaggio comune. Ma non mi importa. E’ la sua radice etimologica a indicare che abbiamo perso.
In più, la misura di quanto sia grave la situazione è direttamente proporzionale al non accorgersi che c’è una parola/concetto che stona in quella situazione e in quel contesto.

Prodigio.
Apriamo il dizionario.
Prodigio (sm.) Fenomeno straordinario, miracolo, portento. Avvenimento che sembra voluto dalla divinità. Sinonimi: fenomeno, magia, miracolo, stregoneria.

L’uso di quella parola non può e non deve passare inosservato.
Sulla copertina di un magazine italiano dedicato alla tecnologia, ai nuovi media, alle idee che cambiano il mondo, si definiscono i prodotti della Apple come prodigi.
Lo stesso termine che usano i popoli tribali del Borneo per descrivere l’aspirina.
E no, cazzo.
Non me la prendo con chi ha materialmente scritto quella parola, o con chi ha approvato la copertina. Non ce l’ho con Wired o con il suo nuovo direttore. Noto semplicemente l’uso che viene fatto di “prodigio”.
Le parole nascono nell’orto dove cresce il modo di pensare. Per cui, tecnicamente, scrivere “prodigio” è il frutto del nostro italico penzziero. Siamo dei loser anni 50 che guardano con timore alle diavolerie elettroniche.
Apple o non Apple, Jobs o non Jobs, la tecnologia non è frutto di stregoneria, di miracoli, o di volere divino.
E’ il frutto di un lungo lavoro.
Il lavoro di squadre di ingegneri, tecnici, specialisti, designer, fisici. La lista è lunga.
Persone che lavorano, studiano, si impegnano. Persone che hanno un progetto o un sogno.
Nello specifico caso della Apple, azienda può piacerti o non piacerti, il loro è il risultato che si ottiene quando vivi, lavori, sogni in un Paese che non costringe alla fuga i suoi cervelli migliori.
E’ il frutto di anni di impegno, in un luogo dove ha senso essere affamati e folli. Come diceva l’uomo in bianco e nero in copertina.
Affamati e folli, ovunque ma non qui.
Qui, dove l’unica cosa che viene legittimata ogni giorno è la folle fame di fica di un settantacinquenne e tutto quello che ne consegue.
Qui, dove aspettiamo sul serio qualcosa di prodigioso che non arriverà mai.

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