Periferia magica.

C’è un semaforo. Uno dei tanti. Il semaforo semaforeggia su un incrocio che è milanese giusto per una questione di metri, nel senso che quell’incrocio lì è il baluardo tra la scritta: Milano e il nulla da apocalisse zombi circostante.
Il semaforo è lì che regola. Costringendo a brusche frenate quelli che arrivano a ottocento all’ora dalla tangenziale e dicono: Oh, accidenti, siamo in un centro abitato con il limite di 50! Maddai?!
A quel semaforo c’è una mendicante. Un donna. L’età è indefinibile. Potrebbe avere vent’anni, potrebbe averne centosessantuno. E’ vestita come quelle bambole etniche che comprava mia zia negli anni 80. Quelle nel cilindro di plastica trasparente, che poi si mettevano sui mobili. Quelle che ti guardavano con gli occhi fissi e il sorriso da miss pressofusa. Quelle che indossavano i pacchianissimi abiti tipici, gli stessi che venivano indicati anche sul Grande libro delle mie ricerche. La ballerina spagnola: gonna rossa, fermacapelli e ventaglio. La contadina delle marche, con il cappello a tettoia. La pastorella con gli stinchi ricoperti di pelo. L’olandesina con gli zoccoli di legno…
Quella mendicante è agghindata come lo stereotipo della zingara, perfetta per una miniserie Tv da trasmettere su Rai Uno.
Solo che è vera.
Gonnellone fino alle caviglie, foulard in testa, camiciola a sbuffo. Potresti prenderla così com’è e infilarla in una macchinetta da Luna Park per predire il futuro, tipo Zoltar.
Mendica, facendo il giro tra le macchine ferme al semaforo.
Ha qualcosa in mano. Un ramoscello lungo un metro e mezzo. Ci ha annodato un fazzoletto rosso, dei campanelli, dei nastrini, e una bambolina.
Se non gli dai niente, con quel ramoscello, ti tocca tre volte il paraurti posteriore.
Tac, tac, tac.
Ci passo spesso da quell’incrocio lì. In motorino. E lo fa sempre.
Riceve spiccioli: ringrazia e va via.
Non becca niente e forse pure qualche vaffa: tac, tac, tac.
Tac, tac, tac.
Avevo un certo sentore, ma ho voluto cercare conferme, sui vari volumi che affollano il settore esoterismo nella mia personalissima libreria.
“… il desiderio malvagio di nuocere, attuato grazie alla stregoneria, vede spesso la sua realizzazione vincolata da un elemento catalizzatore creato dallo stregone…”
(Catherine Pont Humbert. Dizionario dei simboli, dei riti e delle credenze)
Direi che non capita tutti i giorni, di vedere una bacchetta magica all’opera.
Se penso a maleficio, mi viene in mente il medioevo, non la Milano che si prepara all’Expo.
Eppure…
Succede.
Che poi uno ci crede, non ci crede, si tocca, non si tocca. Uno può razionalizzare questa cosa come gli pare. A me diverte da matti vivere in una società in cui convivono gli iPad e le bacchette magiche, le maledizioni gitane (dimagra!) e l’F24 da portare in banca.
Comunque sia, io ci credo abbastanza per averne paura. Chiamami pavido, ma non voglio altri problemi oltre a quelli che ho già.
Quando passo da quell’incrocio, adesso, mi assicuro di avere tante monete in tasca.
Tante.

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