Dalle parti del torto.

L’ho detto più e più volte che ormai mi sono civilizzato.
Mi sono urbanizzato, vagamente imborghesito, dato una regolata. Ormai da anni. Troppi.
Un sacco delle cose che facevo una volta non le faccio più.
Non so perché, ma è arrivata una cazzo di vocina interiore che si fa sentire sempre più spesso. Questa detta regole, norme, e direttive.
A volte ho dei pensieri. Per forza di cose, essendo miei, sono tali e quali a quelli che facevo quando ero un selvaggio. In passato, quei pensieri lì poi li mettevo in pratica.
Tipo lo spiegare i ragionevoli limiti delle relazioni interpersonali a suon di mazzate.
Nei tamarrici anni delle mia gioventù, al parchetto o in piazzetta, una testata era il modo migliore per dimostrare che non ci si può nascondere più di tanto dietro gli artifici retorici, i condizionali, le trappoline dialettiche, le capriole linguistiche, le distorsioni della realtà, i tentativi di portare il discorso da un’altra parte, o cose così.
Se ti comportavi da stronzo, prima o poi, due schiaffi te li prendevi.
Adesso c’è una vocina, che mi dice:
– No. Non lo puoi fare, che poi passi dalla parte del torto.
Io gli chiedo spesso che cosa ci sia di così sbagliato dalle parti del torto, ma quella non mi risponde. Mistero.
Che poi, secondo me, bisognerebbe anche capire chi ha deciso quali sono le parti del torto e le parti della ragione.
Non basta dare un paio di schiaffi per salire sul treno che porta a tortolandia.
Magari, quelle manate in faccia servono per infondere la consapevolezza che uno può fare il cazzone fino a un certo punto.
Poi basta.
– No. Niente schiaffi. Era già un comportamento sbagliato quando avevi sedici anni e facevi il tamarro per strada, figurati adesso, che ne hai quaranta.
Va bene. Non ci vado dalle parti del torto.
La vocina però non mi ha ancora spiegato l’origine dell’estremo fastidio che sto provando, nonostante il mio rimanere dalle parti della ragione.

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