Ufficio Postale Milano 65, seconda parte.

Passa un mese. Ovvio, i soldi ad Angouleme non arrivano. La signora mi tiene lo stesso la camera, perché ho dei buoni contatti nel giro degli affittacamere.
Scrivo sulla mia agenda: andare a litigare in posta.
Via Gozzoli. Ci vado la prima volta. Prendo il numerino. Ci sono 140 persone davanti a me. Non ho abbastanza tempo per passarci mezza giornata. Ci rinuncio.
Via Gozzoli. Ci vado una seconda volta. Mercoledì 12 Gennaio 2011. Verso mezzogiorno. Prendo il numerino. Ci sono solo 100 persone davanti a me. Ho due ore di tempo. Spero siano sufficienti. Mi siedo e aspetto. Eliminacode. Un nome strano per un sistema che non elimina affatto le code, semmai gestisce un disservizio coordinando i bovini in attesa. Siamo lì, in 100 persone, con lo sguardo fisso ai numerini rossi che scorrono lentamente.
Poi, ad un certo punto, si spegne tutto. Si spengono gli schermi generali con le chiamate e i numeri sugli sportelli corrispondenti. Silenzio. Il silenzio che precede un disastro naturale. Cani che ululano, gatti che si rintanano sotto i letti. Per alcuni secondi non vola una mosca. Gli sguardi sono fissi ai monitor spenti, e all’ormai inutile numerino strizzato tra le dita. Poi, come se fosse stato lanciato un comando postipnotico, le 100 persone si alzano tutte assieme, inveendo.
La terra trema. Panico. Panico vero da nave che affonda, corri corri verso la scialuppa. E’ il Titanic. Ma non c’è nessun marinaio che ti dice che cosa succede, perché succede e come si risolverà il problema. E’ il Grande Mistero delle Poste. Non arriva nessuno a coordinare 100 persone che si stanno per uccidere per pagare una bolletta.
Una sviene. Gente che sbraita. Inizia un’assemblea spontanea tra gli utenti per decidere come procedere. Chi è per l’autogestione, chi per l’occupazione, chi per l’esproprio proletario . Altri, passettino dopo passettino, con atteggiamento furtivo, cominciano ad avvicinarsi agli sportelli, facendo finta di niente. Fischiettando, pronti a prendere il primo posto che si libera, in barba a i numeri e al dibattito in corso.
All’improvviso uno urla:
– Vale tuttoooh!
E si lancia verso gli sportelli, viene abbattuto da una pensionata che lo falcia con le borse della Coop. Anarchia. Anzi no, semi-anarchia, che è peggio.
Se fosse anarchia vera sarebbe più semplice. L’anarchia assoluta dello stadio di New Orleans dopo l’alluvione era più semplice da gestire. Vince il più forte, punto. Se fosse così prenderei il mio posto a cazzotti, farei valere la mia volontà con la violenza, calci in culo a tutti fino allo sportello.
Invece no. Non può essere così semplice, altrimenti non sarebbe il Grande Mistero delle Poste di via Gozzoli. Si rispettano i numeri originali, chiamandoli a voce, a memoria, più o meno, circa quasi.
La fila è gestita dal sistema Las Vegas Hold’em. Ti metti su una fila unica con il tuo numerino in mano. L’operatore urla un numero che secondo lui è più o meno quello a cui è arrivato. Allora sfidi il tuo vicino di coda, estrai il tuo numerino, fai all in. Se hai un numero più basso del tuo avversario vinci tu. Per circa un minuto, chiamandosi a gran voce, tipo Tombola di Fantozzi il sistema funzionicchia.
– 289! Il pennello!
– 292! La macchina da corsa!
– 293 Il Vagabondo!
Poi si manifesta un nuovo problema. Quelli che arrivano adesso, che non hanno il numero perché la macchinetta che li crea non funziona. Come fanno quelli?
Si mettono in fila? Si mettono in una fila a parte? E se con il numerino mi metto nella fila di quelli che il numerino non ce l’hanno?
Panico. Matrone che litigano. Pensionati che si prendono a ombrellate. Bambini che urlano, immigrati sudamericani che ne approfittano per cucinare l’Asado. Un vecchietto che si avvicina alla
macchina automatica che vende i gratta e vinci e dice:
– Sta puttana però funziona sempre.
– Come facciamo noi senza numeri come facciamo come facciaaaamoooo?
Chiede una tizia nervosissima a uno che lavora lì. L’impiegato ha la somma sfiga di dover attraversare il salone proprio in quel momento. Lui, con rassegnazione e fatalismo, alza le spalle al cielo. Come se non fosse un suo problema, come se non dovesse rendere conto del suo lavoro, come se passasse per caso, dove siamo? che cos’è questo posto? Bho! Mah! Papparapà!
Decido che ne ho abbastanza. Se ho voglia di vedere scene di vita quotidiana di un paese via di sviluppo vado a fare il volontario in Africa, non rimango nella Milano dell’Expo.
Prima di andarmene, regalo il mio numerino alla tizia nervosissima, così si placa.
Faccio quello che devo fare e torno nel pomeriggio.
Via Gozzoli. Ci vado per la terza volta. Mercoledì 12 Gennaio 2011. Verso le sedici e trenta. Il gestisci-bovini-in-attesa è stato riparato. Prendo il numerino. Ci sono solo 37 persone davanti a me.
Nel salone vedo le tracce della guerriglia avvenuta ore prima. I segni di un falò, le bottiglie d’acqua vuota della protezione civile, la sagoma di un cadavere disegnata con il gesso, una scarpa sinistra da uomo, marrone.
Noto che a uno degli sportelli c’è la stessa tizia che mi ha fatto il vaglia un mese fa. Quella che viene dal futuro. Purtroppo, il destino non mi sorride e finisco da un tipo con la barba. Aria gentile.
Gli mostro la ricevuta e gli dico che vorrei sapere se la cifra è stata incassata.
– Dovrebbe chiedere al destinatario.
– Dice di no.
– Ah. Per cui, lei vorrebbe sapere se è stato incassato, giusto? Vado a chiedere che non lo so se si può.
Sorrido. Mentre il tizio va a chiedere al direttore incrocia una tipa e gli sottopone la questione.
Ora siamo in tre ad essere chiamati a rispondere al Grande Mistero delle Poste.
La tizia dice di no, mi guardano.
– Per cui è un servizio che si basa sulla fiducia reciproca?
Chiedo.
La tizia alza gli occhi al cielo e fa spallucce. Del resto, lei mica lavora lì, passava per caso, dove siamo? Che posto è questo? Perché state parlando con me?
Ma il tipo con la barba è gentile. Scarta la tipa e va dal direttore.
Torna dopo mezz’ora. Ha l’espressione di uno che ha appena sostenuto l’esame di Trattamento Numerico di Equazioni Differenziali. Lo ha tenuto in Swahili, bendato e con un gran mal di testa per aver mangiato il gelato troppo in fretta.
Gli voglio già bene.
– Allora, ho parlato con il direttore e con il vice direttore…
Il conteggio dei chiamati a rispondere al Grande Mistero delle Poste sale dunque a cinque.
– Non erano d’accordo sulla procedura da seguire…
– Benissimo.
Dico io.
– Fatto sta che noi non possiamo sapere se il vaglia è stato incassato. Non subito perlomeno.
Dato che non è educato ridere in faccia alla gente evito di farlo. Lo ascolta annuendo.
In quel preciso momento, io lo so benissimo che quei settanta euri io non li rivedrò mai più. Forse li rivedranno i miei nipoti, senza interessi, alla fine di una causa infinita.
Lo so che ho speso settanta euri soltanto per avere del buon materiale su cui scrivere un racconto.
Qualunque cosa mi dirà, lo so, lo so già che sarà del tutto inutile.
– Ho due moduli di reclamo. Per sicurezza li compili entrambi, includendo una fotocopia della sua ricevuta. Li invii a Roma con raccomandata. Forse li può mandare anche via internet.
– Due moduli?
– Uno è per la procedura suggerita dal direttore, l’altro è per la procedura suggerita dal vice. Li faccia entrambi per andare sul sicuro.
Ringrazio, saluto il gentile barbuto e me ne vado.
Non so perché ma esco dalla Posta sorridendo, nella Milano che si illumina per la sera.
Attraverso con il verde, ma guardo lo stesso a destra e a sinistra.
Per andare sul sicuro.

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