Ufficio Postale Milano 65, prima parte.

Quando ogni altra alternativa risulta impraticabile, quando è proprio impossibile trovare un’altra soluzione, quando le provi tutte, ma non c’è modo di fare altrimenti, scopro con ribrezzo che devo andare in Posta.
Dire che le Poste funzionano di merda è come dire che l’acqua è bagnata. Lo so. Però, smettere di dire che le Poste funzionano di merda equivale a essere complici di chi ti sta offrendo un servizio ignobile.
Io odio andare in Posta. Quando ci vado, non posso fare a meno di pensare ai magheggi, alle parentele, alle raccomandazioni, ai giri e agli intrallazzi messi in moto da chi lavora lì per ottenere il posto che occupa. Penso che se venissero catapultati in un’azienda vera, una di quelle che deve fare i conti con la realtà, nessuno di loro sopravviverebbe più di dieci minuti.
Sono forti quelli che lavorano lì. Se gli chiedi un informazione, o una qualunque cosa vagamente inerente al loro lavoro, scopri che hanno gli occhi pieni di fatalismo tribale. Ti guardano con lo stesso sguardo che può avere uno Yanomami quando gli chiedi perché piove.
L’atteggiamento non è quello di chi lavora in un posto e lavorandoci, ottenendo uno stipendio a fine mese, dovrebbe avere una qualsivoglia responsabilità sul suo operato, o sarebbe tenuto a comportarsi in una maniera tangenzialmente professionale. Il mood dell’impiegato postale è quello di uno che per ironia del destino, contro la sua volontà e i suoi interessi, si ritrova a lavorare, nulla sapendo, alle Poste.
Se fai notare un disservizio o un problema, la risposta è la rassegnazione. La risposta è il mettersi immediatamente sullo stesso piano del cliente, con la medesima rassegnazione del cliente: Eh, che cosa ci si può fare, le cose vanno così…
Perché le Poste non sono un luogo di lavoro, sono un mistero a cui si è chiamati a partecipare. Come clienti o come cerimonieri del mistero stesso.
Dovevo mandare dei soldi in Francia. Come ho già detto le avevo provate tutte, anche i piccioni viaggiatori, ma niente. L’unico modo era quello di mandare un vaglia.
Mioddddio. Un vaglia.
Mi reco all’ufficio postale di via Gozzoli. Armato di buone speranze, ottimismo, serenità e i dati della signora del B&B di Angouleme che deve ricevere la caparra per la mia camera.
Prendo il numerino. Trovo un modulo, lo compilo, aspetto.
Arriva il mio turno, vado allo sportello.
L’operatrice è una tipa dall’età e dallo svantaggio indefinibile. Credo che provenga direttamente dal futuro di Star Trek TNG. Un futuro ipertecnologico in cui i computer eseguono gli ordini su comando vocale. Infatti, la tipa, costretta nel nostro presente, ha dei grossi problemi con ogni tipo di interfaccia. Soprattutto con la tastiera. Ma io sono quieto. Dopo quarantaminuti la tipa ha finto di inserire i dati necessari.
– Controlli se è tutto giusto.
E’ una domanda retorica, dovrei dire di sì. Invece controllo e dico di no.
Sulla ricevuta è segnato tutto, tranne la città e l’indirizzo a cui bisogna mandare il vaglia. Ovvero, c’è il nome e il cognome della signora del B&B e un generico: Francia.
Tipo: Mario Rossi, Italia.
La prendo in assoluto contropiede e le faccio notare la cosa.
La tipa sbianca. Entra in gioco il Grande Mistero delle Poste. Ovvero, lei ha appena effettuato una prestazione di cui non sa nulla, non conosce nulla, non ha mai fatto prima, non sapeva nemmeno che esistesse prima che comparissi davanti lei con la pretesa di mandare un cazzo di vaglia. E’ colpa mia, quindi. Quello in difetto sono io. Mica lei.
Con l’espressione rassegnata/scocciata/densa di fatalismo che dovrei avere io, la tipa si rivolge al collega dello sportello vicino.
Ora siamo in tre a celebrare il Grande Mistero delle Poste.
Per prima cosa, lui si informa su chi ha materialmente effettuato l’operazione.
– Io
Dice lei.
Lui guarda me, poi lei, e poi di nuovo me.
Lo sento scartare mentalmente una serie di risposte possibili, tra cui quella giusta. Decide di coprire la collega, in un moto di corporativismo tra officianti del Grande Mistero delle Poste.
– No, no, ma va bene. Vede il numerino? Ecco è da quel numerino che poi sanno tutto quello che serve.
Sorrido. In quel preciso momento, io lo so benissimo che quei soldi non arriveranno mai.
Mai.
Lo so già che ho appena buttato via settanta euro.
Me lo dico da solo, quando esco dall’ufficio postale.

Fine prima parte.

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