Non al denaro, non all’amore nè al fumetto.

Okay. Avevo promesso di tenermi alla larga dalle polemiche periodiche che scoppiano nel fumettomondo. Però una ogni tanto, dai… Come uno che ha smesso di fumare, ma una ogni tanto, dai… Accendila.
Fatto sta che in questi giorni è detonata una discussione a cavallo di diversi blog, a proposito di compensi, salari, autori, editori, ecchenoncisicampa, e di colpe e doveri, oneri e onori.
La discussione è molto articolata, se la vuoi seguire puoi partire da qui e viaggiare sui vari link.
Trovo tutto molto interessante. Ci sono dei punti di vista che condivido, altri meno, altri per niente, ma rimane il fatto che molte delle argomentazioni sul piatto sono stuzzicanti.
Non sono un editore, e non riesco a osservare la cosa da quel punto di vista.
Nel mio limitato guardare, il mio punto di vista è quello di autore. Ovvero: ho un fortissimo vizio di forma iniziale. Perdonami.
In più scrivo e non disegno. Riesco a comprendere fino a un certo punto le problematiche dei disegnatori. Dirò cose rivolte a chi sceneggia, perdonami ancora.
Facciamo finta che il fumetto sia una bilancia. Su un piatto c’è il lato artistico. E’ pieno di talento, arte, idee, sperimentazioni, storie, plot e tutto quello che ti pare inerente a quel lato lì.
Sull’altro piatto c’è il lato industriale. E’ pieno di redazioni, di tipografie, di distributori, di conti, marketing, e tutto quello che ti pare inerente a quel lato lì.
Il bilanciamento perfetto è cosa rara. Spesso uno dei due piatti pesa di più dell’altro.
Le conseguenze sono ovvie: Se il maggior peso ce l’ha lato artistico, libertà, sperimentazione, eccetera, avremo un lato industriale più debole. Poco o zero compenso. Se è il lato industriale a pesare, la faccenda economica aumenta, ma bisogna rimanere saldamente nella linea editoriale del tal editore e non sgarrare di una virgola. Poi, come in tutte le cose, ci sono le eccezioni totali che confondono la regola.
L’errore è nel valutare questa situazione come giusta o sbagliata. Il lago di Como non può essere giusto o sbagliato. Non puoi dire: starebbe meglio in Molise. Il lago di Como c’è. Basta. Quella è la realtà, punto. Che sia giusta o sbagliata è una menata che ti fai se decidi che con quella realtà non vuoi farci i conti.
Ah, scusami. Io parto dal concetto che “fumetto” è quella cosa che stampata o a schermo, qualcuno 1- la trova. 2- la compra. 3- la legge. Se per te il “fumetto” è la pentola degli gnomi sotto l’arcobaleno, un teorema ipotetico, un veicolo puramente concettuale, allora prima ho detto cazzate.
Troviamoci una sera a Xanadu che ti faccio vedere come controllo le lumache con la forza del pensiero.
Mentre, se ho voglia di fare i conti con la realtà, diventa chiaro che di fronte a quella bilancia dovrò lavorare il doppio. Alcune cose le farò mettendo più peso sul lato artistico, altre cose le farò mettendo più peso sul lato industriale. Doppio binario.
Alcune cose si fanno perché il daimon platonico che è dentro di te ti urla di farle, altre si fanno perché fare fumetti è il tuo lavoro e le devi fare.
Non saranno cose tue, non saranno personaggi tuoi, ci sarà qualcuno che ti dirà: non va bene correggi, ma è il tuo lavoro e lo devi fare.
Mio cugino Carlo aveva aperto una carrozzeria. Accettava solo muscle car americane costruite tra il 1965 e il 1975. Gli piacevano tantissimo e secondo lui erano le macchine più belle del mondo. Ha chiuso.
Io sono fortunatissimo. Mi bacio i gomiti tutte le volte che li ho a tiro perché anche quando faccio personaggi non miei, come Dampyr o Diabolik, mi piace un casino farli.
Forse perché sono così pirla che fare fumetti mi affascina, e non sono affascinato da me stesso che faccio fumetti. Purtroppo, non è esattamente la stessa cosa.
E’ chiaro che il discorso del doppio binario non può funzionare per tutti. Anzi, qualcuno è così fortunello che non ne ha nemmeno bisogno, e qualcun’altro è in difficoltà di fronte a materiali narrativi non suoi.
Ma nessuno ha mai detto che fare fumetti sarebbe stata una passeggiata.

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