Di Frank Frazetta e di fantasy.

Il fantasy contemporaneo, come sistema ottusamente hard core, a me fa venire le bolle sulla schiena.
Ma non e’ stato sempre così. Tanto tempo fa, in un regno lontano lontano, il fantasy era ancora un genere narrativo e non un componente modulare. Non era ancora diventato la bestiola auto-alimentante che ha ridotto ai minimi termini i propri archetipi per poi nutrirsene. Digerendoli anche male.
La struttura estetica e le componenti letterarie non erano ancora pedissequamente derivative, strette e costrette, per limitazione, in un format rigidissimo.
E forse, sempre in quel regno lontano lontano, il fantasy era ancora “qualcosa da leggere” e non una calda tana accogliente/multiplayer dove nascondermi dal mondo crudele e cattivo che azzanna le mie chiappe da loser.
Ed è in quel regno lontano che si muoveva Frank Frazetta. Quando ancora la componente sessuale del segno e dell’evocazione visiva era espressa nella sua piena potenza, e non sottointesa in modo goffo, arrossendo nel delirio ormonico pre adolescenziale.
Frazetta. Ab-usato mille volte come aggettivo estetico da ah-ah-ah-artisti che spesso non conoscono nemmeno l’origine filologica del linguaggio che stanno utilizzando.
Quanti disegni storti, ricalchi, brutterie, giustificate da un risibile “after” messo in calce. O peggio, quanto materiale visivo e narrativo adoperato in modo inconsapevole.
Con la morte di Frank Frazetta, il fantasy perde uno dei padri fondatori del suo immaginario.
La cosa più buffa è che il genere, per come si è trasformato oggi, non se ne sentirà nemmeno la mancanza.
Intento com’è a guardarsi l’ombelico, che sarà anche quello di un Troll, ma comunque di ombelico si tratta.

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