Inchiodarsi.

A volte capita. Scrivendo, mi ritrovo davanti un muro che nemmeno i Metallica a tutto volume riescono ad abbattere.
Il problema è che se mi inchiodo su una storia, mi ci inchiodo per bene. Non parzialmente inchiodato, o inchiodato a metà. In quel muro mi ci infilo dritto dalla testa ai piedi e annaspo tra i mattoni.
Spesso succede quando sono alle prese tra una scena di collegamento avendo già in mente la sequenza successiva, di solito fighissima.
Uno scrittore intelligente, scriverebbe direttamente la scena successiva. Poi collegherebbe il tutto con calma, scrivendo al contrario, la scena che manca.
Io invece, dato che non sono intelligente per niente, mi ci incaponisco.
La conseguenza è che fumo tantissimo e mangio come un grizzly.
Il problema, a dire il vero è semplice. Siamo nel campo dove conta moltissimo come succedono le cose, e quando i diciotto come che mi sono venuti in mente mi sembrano tutti delle stronzate, o non vanno bene per il personaggio, o so già che non piacerebbero al mio editor, mi inchiodo.
E’ il momento di un nebuloso esempio.
La questione non è quasi mai : l’assassino è il maggiordomo.
(Quello si racconta in fase di soggetto, e se hai problemi ad arrivare al maggiordomo assassino, è meglio cambiare lavoro.)
Quindi non è quasi mai un problema di logica narrativa, ma di corretta trasmissione al lettore delle informazioni sul plot.
La questione è: come fa Johnny Johnson a scoprire che l’assassino è proprio il maggiordomo? Senza cadere nel banale, nel già visto, nello scontato, nel didascalico, eccetera ecceterone.
Secondo me lo scopre mentre fanno all’ammore.
Mi sa che non va bene.
Ci deve essere da qualche parte un interruttore da schiacciare. Non ho capito dov’è e non ho capito chi lo schiaccia. Però, so che a un certo punto, dopo ottocento sigarette e sei confezioni di pasta, sento un click.
E quella scena di collegamento va via liscia, come se non fosse mai stato un problema.

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