Scrivendo due

Il Gabbrio mi chiede di spiegare un po’ meglio il mio concetto di scribacchino sfigato, venuto  in risposta a The Comedian.
Partiamo dal presupposto che secondo me, se vuoi raccontare una storia devi avere qualcosa da dire, e per avere qualcosa da dire, devi aver vissuto.
Anche se si affronta un universo narrativo il più lontano possibile dalla realtà, tipo il fantasy, la fantascienza estrema, eccetera, il tuo *vissuto* le tue esperienze, positive o negative che siano, influenzeranno moltissimo la tua scrittura, le psicologie dei personaggi, i punti di vista, le azioni, fino ad arrivare addirittura (sempre secondo me) all’uso delle similitudini e i paragoni. (Il vero ring su cui uno scrittore fa a cazzotti, ma questo è un altro discorso)
Questo *vissuto* può essere frutto di esperienze dirette, alla Hemingway, o frutto di esperienze indirette, alla Salgari, ma il risultato non cambia.
Non ci si può prendere il lusso di raccontare qualcosa a qualcuno se non hai il *vissuto* necessario per farlo. Sono gli ottocento libri sul Giappone medioevale che hai studiato per scrivere un fantasy, o gli ottocento giorni che hai passato da teenager difendendoti dai tamarri.
Se la vita l’hai soltanto osservata, facendotela scivolare addosso, o scrivi qualcosa sull’osservazione della vita che scorre davanti alla finestra, oppure, mancando di *vissuto* (qualunque esso sia, diretto o indiretto) la tua scrittura sarà debole.
L’esperienza diretta, secondo me, dona alla scrittura una forza incredibile. Giusto per fare un esempio, è per questo motivo che il racconto di Lollo per la Writers Death Race è pura potenza mentre il mio, nonostante l’esperienza indiretta su cui si appoggia, è molto più debole.
Il diretto, il vero, può diventare finzione e viceversa. I Tamarri possono diventare Troll, oppure una storia percepita come finzione, può essere vera.
Non facendo parte dell’elite di autori riconosciuti per il vero, ogni volta che racconto qualcosa che ho fatto sul serio, viene scambiato per finzione. E’ il caso delle storie brevi apparse sui volumi di Alta Fedeltà. (Ma anche questa è un’altra storia.)
Fine del presupposto.
Per genere, ambientazione, periodo storico, il romanzo che sto scrivendo mi offre la possibilità di inserire molte cose che ho *vissuto* sul serio, in modo diretto.
Immagina una persona del tuo passato (ed è necessario avere un vissuto, giusto?) che va in giro a dire minchiate sul tuo conto.
Telefonargli per metterlo in riga, non fa parte del tuo carattere.
Allora sarebbe facile prenderlo, fargli un ritratto assolutamente riconoscibile, cambiargli il nome, e infilarlo nella narrazione, scatenando su di lui tutta la furia verbale di cui solo uno scrittore è capace.
Questa è: “la rivincita dello scribacchino sfigato”, secondo me.
Perché è comunque è la storia ad essere importante e non le menate di chi la sta scrivendo.
Ne consegue che, sempre secondo me, se il sassolino che ti tiri fuori dalla scarpa ha un valore anche per il romanzo, allora è lecito. Se invece è assolutamente fine a sé stesso, va tolto.
Poi, è chiaro che se il tuo romanzo si intitola “Tutti gli stronzi della mia vita” il discorso cambia.
Ora tu mi chiederai: Ma allora, uno scrittore non sfigato, che tipo rivincita può avere?
Io mi chiedo che cosa voglia dire rivincita e per quale motivo uno dovrebbe vincere, perdere, pareggiare o rimontare. Visto che è di vita che stiamo parlando.
E torno al presupposto.
Secondo me, la “rivincita” dello scrittore non sfigato è proprio nel suo *vissuto*.
In tutto il suo bene e in tutto il suo male.

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