Le parole che odio.

Gli anni passano. Il mio animo gentile del bimbo felice che corre sereno e scalzo per i prati della vita, sta cambiando, sto diventando un intollerante Uruk Kai che si incazza molto facilmente.
Alcune parole, alcuni modi di dire, alcune frasi fatte mi hooliganizzano. Sfascerei lo mondo a mazzate ogni volta che le sento.
Ecco un accurata top five delle parole che mi porterebbero facilmente all’omicidio.

5: “Nasco come…”
Nelle interviste, nelle presentazioni, nei testi in prima o in terza persona.
Tipo: Nasco come cantante, divento attore per caso.
Oppure: Nasce come pittore, diventa designer grazie a…
Eccetera.
La mia furia aumenta in modo proporzionale a seconda dell’età di chi pronuncia la frase.
Più è bassa, più mi incazzo.
Se mai qualcuno dovesse chiedermi: Ma tu nasci come…
Prometto che risponderò: Innanzitutto ci tengo a dire che io nasco a Milano.

4: “Fumettaro”
Vaffanculo. Parola che alle mie orecchie fa rima con: approssimativo, pressappoco, amatoriale, io e mio cugino abbiamo fatto un fumetto, tentativo, semplificare, poca importanza, hobby, ci sto a provà.
Autore o fumettista. Possiamo specificare: Scrittore, sceneggiatore, disegnatore, illustratore.
Fumettaro mai.

3: “Cliccare su Internet”
Se non ti rendi conto che non vuole dire un cazzo, allora perché ne parli?
E’ solo uno dei miliardi di esempi dell’analfabetismo postmoderno di cui parlava Negroponte in “Essere Digitali”.
Va in coppia con: “Con il computer, oggi si fa tutto!” Da affiancare ad un aria di sufficienza, sottointendendo la facilità del risultato ottenuto attraverso il mezzo adeguato.
Viene sempre da rispondere: Ah, si? Allora provaci tu.

2: “Pensate che…”
Di solito me lo dice un giornalista televisivo introducendo o commentando una notizia.
Io tutte le volte mi alzo, spengo la tele urlando: Chi cazzo sei tu, stronzo, per dirmi quello che devo pensare io.
In rarissimi casi, lo posso accettare solo da Piero Angela.

1: “Meditate gente, meditate”
La madre di tutte le parole che mi fanno incazzare. Conosco a fondo questa stronza, ed è la prova di quanto il lessico collettivo e le menti siano influenzabili da quella scatola di merda che teniamo in salotto. E’ dottrina, catechesi, addestramento del gregge verso il pensiero unico.
“Meditate gente, meditate” è un prodotto della televisione. Era la chiusura di una serie di spot istituzionali sulla birra. Non di una marca di birra, proprio degli industriali della birra, al fine di aumentarne i consumi. Gli spot, sparati a raffica all’inizio degli anni ’70, avevano come testimonial/esecutore il Renzo Arbore nazionale.
Trent’anni dopo, viene usata da chi vuole fare il saputello, da chi vuol far vedere che ne sa e che non è schiavo del pensiero di massa. Stravaffanculo.

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