Di uomini e di Cowboy.

Perdonami, tu che non leggi e non ti frega nulla dei fumetti, ma questo è un post per gli addetti ai lavori e per gli umarelli della polemica di fumettolandia.
Se non ti frega niente, scappa finché sei in tempo.
La questione è quella. Quella su cui si sta tuonando da 24ore.
La questione sulla quale, come sempre, come è socialnetworkamente ovvio che sia, si stanno scagliano stormi di espertissimi di fumetto internazionale, diritto, politiche redazionali, fazioni, marmotte che avvolgono la cioccolata e traduttori automatici imbizzarriti.
Dato che, di base, questa questione riguarda due uomini adulti, da uomini adulti quali sono troveranno sicuramente il modo di chiarirsi se lo vorranno, oppure a posto così. Va bene uguale.
Mancano soltanto un paio d’ore prima che la questione venga buttata socialnetworkamente in caciara, è fisiologico. Accadrà. E tra troll, vaffanculi tra utenti, degenerazioni, erbe, fasci, gente che ne approfitta per far esplode i sassi nei propri mocassini o per idolatrare il proprio autore preferito, tutta questa faccenda tornerà dove dovrebbe stare.
Nel carteggio privato tra un editor e un autore.
Fine.
Perchè il suo posto è quello.
Conosco centinaia di autori. Sono in contatto con plotoni interi di sceneggiatori, disegnatori, coloristi e chi più ne ha più ne metta. Se per ogni lavoro che non hanno ottenuto, o per ogni editor con cui hanno discusso, facessero un cazzo di tweet il web sarebbe gonfio di piedi puntati e gnè gnè gnè h 24.
Non rilascio un tuìttero ogni volta che discuto con un editor, o tutte le volte che non mi viene approvato un soggetto. Quel tipo di atteggiamento lo lascio ai wannabe, io ho da fare.
Comunque sia, secondo me, alla base di tutto, ci sono state un paio di incomprensioni linguistiche, ma il punto non è nemmeno quello. Come ho già detto due uomini adulti troveranno il loro modo per chiarirsi. Oppure no. Va bene uguale.
L’incomprensione ha comunque scatenato una reazione che a me non è piaciuta per niente, torto o ragione, page rate o meno: pubblicare il carteggio privato. A farmi girare le palle non è tanto l’azione, comunque scorretta, è quello che ho scoperto leggendo quelle mail. Nello specifico, questo passaggio qui:

“I know Bonelli Editore is going through an hard time since Sergio’s death. Very bad time. Only five years ago, with Sergio alive and well, nothing like that could have ever happened. All the talents were treated with the respect that everyone deserves. Reading things like this make me sad for the state of the Italian industry.”

Vengo da Baggio. Sono un tamarro di periferia, la prima cosa che mi viene da dire è:
– Ma tu che cazzo ne sai di com’era quando c’era Sergio?
Poi, la mia tamarria viene per forza mediata dalla mia educazione orsolinica. E mi cala la tristezza.
Dal mio bizzarro punto di vista uno può anche sparare affanculo il proprio editor, ma rinfacciare in questo modo una perdita io lo trovo poco nobile.
Non è mai elegante tirare in ballo qualcuno che non c’è più, e dato lo spessore, l’importanza umana e professionale di quella figura, si tratta di un colpo basso che non trova giustificazione nel mancato accordo economico o nei contrasti con un editor.
In più, è una completa, titanica mancanza di rispetto verso tutte quelle persone che, nonostante Sergio non ci sia più, si tirano un culo così tutti i cazzo di giorni, vanno al lavoro cercando di fare del loro meglio, portando avanti la casa editrice.
Gestire un’eredità culturale di questo livello è un impegno, prima emotivo, poi professionale, e tutti quelli che si sono caricati sulle spalle questa responsabilità non meritano una frase come quella.