Fumetti: sarò antipatico, ma…

Tutti i discorsi, giustissimi, sacrosantissimi, condivisibilissimi, sul fatto che il fumetto in Italia non viene preso sul serio culturalmente e socialmente sono abbastanza accettabili fatti dai professionisti, diventano stucchevoli quando a dire quelle cose sono i wannabe.

Schizzo veloce fatto in dieci minuti” è avere la coda di paglia sui social.
Se non è fatto bene non cercare giustificazioni, non diffonderlo e basta. Ci fai una figura migliore.

La battuta:
– E tu che fai?
– Fumetti
– No, intendevo di lavoro.
È l’equivalente fumettistico di Alvaro Vitali che mostra a Michela Miti il diorama con il piccolo water e la candela. (Chicago di notte, professorè!)
Un classico, ci mancherebbe. Una volta fa ridere, due forse, adesso anche basta però.

Trovo molto offensivo che in ambito realistico si usi il termine “topolinesco” come termine dispregiativo per un passaggio di trama o un soggetto.

Non riesco a prenderti sul serio se scrivi Graphic con la “F”

Se fare fumetti “fosse un lavoro preso sul serio”, chi dice di aver lavorato per la Marvel perché Cebulski gli ha fatto fare delle prove (e poi basta) dovrebbe avere delle crisi di panico.