The Blacklist

Devo delle scuse a James Spader.
Sapevo che era un buon attore, ma non l’avevo mai messo tra i miei preferiti. Non conosco a menadito la sua filmografia, ho visto cinque o sei dei suoi film e manco mi ricordavo che c’era in Wolf. (1)
Perdonami, James. Rimedierò.
Me lo ritrovo in The Blacklist e, al di là di tutto il male che si può dire della serie, appena entra in scena lui lo trovo grandioso. Sarà il personaggio, sarà il contesto, sarà che in questo telefilm recita accanto a dei cuccioli, ma The Blacklist serve a farti capire quanto cazzo è bravo James Spader.
Invece, i capelli di Megan Boone sono più bravi di lei a recitare.
Dentro alla serie c’è qualcosa. L’ho avvertito dal pilot, e ho continuato a percepirlo per tutti gli episodi a seguire. Nonostante tutto, nonostante il fastidioso bipolarismo della narrazione ho dato molto più di una chance a The Blacklist.
Ma ora basta, non ce la faccio più. Con l’episodio 16, Il mio patto di complicità ha fatto ciao ciao ed è andato in Florida a prendere il sole. Addio. Statemi bene.
Nella prima infornata di episodi di The Blacklist c’erano delle cose piuttosto disturbanti per una serie televisiva. Roba rara. Cattiva. Profondamente noir. Veniva introdotto un “mondo criminale” postmoderno, contemporaneo, esagerato. Figo.
La narrazione si divide in due linee distinte e separate.
Il mondo di Reddington, con tutte le sue figate e i suoi segreti.
Okay, va bene, IL segreto con IL maiuscolo è prevedibile quanto le scene di: “Johnny dalla Rubizza Spingarda Scalda Milf Assatanate in Antartide.” Lo è dalla prima puntata. È tanto prevedibile che ti chiedi: ma se a capirlo ci è arrivata anche una casalinga di Voghera ciclotimica, come mai non ci arrivano quei fighissimi agenti dell’FBI?
Fosse ancora vivo J Edgar Hoover li licenzierebbe tutti.
A parte IL segreto, il resto è sempre stato molto interessante, almeno per me. Uno spaccato non consueto sul mondo di Red, uno dei most wanted dell’FBI. I suoi intrallazzi, i suoi contatti, la globalizzazione del crimine di alto livello, sangue, viuuulenza e altre cose.
Accanto a quel lato narrativo c’è il mondo dell’FBI, con tutte le sue logiche legali e procedurali.
Per questioni di sceneggiatura, di caratterizzazione dei personaggi, per banali questioni di capacità attoriali, per diversi e innumerevoli motivi, in The Blacklist quelli dell’FBI, tutti quanti, fanno la figura dei babbazzi.
Babbazzi al cubo, senza però che ci sia una scelta consapevole degli autori nel trasformarli in tanti Roscoe P. Coltraine vestiti da Armani.
Aggiungici la linea narrativa su Tom Keen, il marito discolo, gestita in modo a dir poco surreale, ecco perché all’episodio 18 la serie svacca e deraglia attraversando a tutta velocità il Cassandra Crossing.
No, non c’è un vero e proprio salto dello squalo in quell’episodio lì. Peggio. Almeno il famoso Salto dello Squalo si vedeva, era visualizzato, vedevi davvero Fonzie che saltava lo squalo.
Nell’episodio 18 di The Blacklist succede di peggio. C’è un salto dello squalo per sentito dire.
Un salto dello squalo indiretto, raccontato.
Vabbè.
Purtroppo la mia perversione mi costringe a seguire lo stesso The Blacklist, più che altro per controllare se si avverano tutte le mie previsioni sulla trama orizzontale.
Per ora è andata così, e non lo so mica se è un bene o un male.

(1) Aneddoto personale.
A proposito di Wolf. Durante la conferenza stampa di un editore per cui lavoravo in quel periodo, il direttore editoriale, presentando uno speciale a tema licantropi disse: “blablabla perché secondo noi Wolf è il film dell’anno!”
Ecco. Era il 1994. L’anno in cui uscì il Corvo.
Sì. Quella casa editrice ha smesso di fare fumetti.
No. Quello speciale non era roba mia.

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