La verità è che non puoi più stare senza Facebook.

Alcune settimane fa avevo, e in un certo senso ho ancora, l’oltre-scazzo titanico.

L’oltre-scazzo titanico è quella particolare condizione del mio spirito che mi fa saltare tutti i filtri mentali, tutte le protezioni psichiche, e non mi fa sopportare più niente e nìssuno.
Capirai… Affrontare un qualunque tipo di social network mentre sono in preda all’oltre-scazzo titanico è impossibile.
Su Facebook, per dire, non riuscivo più a digerire quella splendida, scintillante, meravigliosa esposizione pubblica di vite sbalorditive. Provavo astio verso le luci al tungsteno orientate verso i fulgidi successi, le mirabolanti vittorie assolute, gli avversari annichiliti in un bombardamento a tappeto di estrema fighezza.
No, non è rosichella. La rosichella si muove su schemi mentali diversi. Quello che mi calava addosso era un profondo senso di resa. Il deporre le armi verso degli avversari invincibili, a cena con Obama, mentre io stavo stendendo calzini.
Sì. Lo so che su Facebook si fa così. Nessuno metterebbe mai come status: “Anche oggi, non mi ha telefonato nessuno di più importante di me”.
L’oltre-scazzo titanico però, quando arriva arriva, e cancella tutto quello che sai a proposito di come ci si comporta e si deve apparire sul web. E guarda, te lo dico da amico, se percepisci per “vero” e “reale” tutto quello che vedi nella galassia social, anche se hai preso la medaglia d’oro alle olimpiadi della vita, qualche menata te la fai.
Rognavo di fronte alle impellenti necessità di esternare la battuta sarcastica, il commento caustico costi quello che costi. O peggio, le lezioni di educazioni civica che terminano con: SVEGLIAAAAAA!!!! E nemmeno i citroni che abboccano alle bufale mi facevano più divertire.
Mal sopportavo, per questioni darwiniane, i rantoli agonici dei soliti noti addetti ai livori. Quelli che dall’alto del loro niente, esternano il loro essere nulla.
Fatica. Astio. Fastidio.
Per queste e altre ragioni, avevo deciso di mollare Facebook e il lato social del web. Almeno per un po’. Almeno fino alla rigenerazione dei miei filtri.
Via il link diretto dai preferiti e via la App dall’aicoso.
Complice una consegna già sforata in abbondanza, ho usato il computer unicamente per lavorare.
Nel silenzio sociale mi sono accorto di un paio di cose piuttosto interessanti.
La mia categoria lavorativa è iper-connessa. Non credo, o meglio: non ho modo di verificare che sia così anche per altri, ma tutti quelli che fanno il mio lavoro sono collegati tra loro via Facciabbùk. Tipo che non si usa più la mail o il telefono. Si usa FB per tutto, anche per questioni lavorative, organizzative, o semplicemente per rimanere in contatto.
Nel silenzio sociale mi sono ritrovato a essere escluso da un ambiente che frequento. Mi sono scoperto lontano da un mondo lavorativo di cui faccio parte da vent’anni. A parte qualche aggiornamento che mi veniva fatto dai miei compari di studio, su notizie e situazioni che loro sapevano in quanto connessi.
Il confine tra l’uso di Facebook per motivi personali, e l’uso di Facebook per motivi lavorativi è sottilissimo, labile, quasi inesistente.
Lo stesso si potrebbe dire del confine tra identità digitale e identità reale o lavorativa.
Forse tutto questo è accaduto perché il mondo del fumetto italiano è composto da un numero relativamente limitato di individui. Una comunità che tende a rimanere connessa continuamente, anche grazie alle tipicità di questo lavoro.
Disegnatori che tengono FB “sotto” mentre lavorano. Sceneggiatori che sono su FB mentre scrivono o nei momenti di pausa. Editor che lo usano per trovare autori. Autori che lo usano per cercare lavori. Amici che chiacchierano a distanza. Nemici che si sfanculano.
Non credo che, per esempio, tutti i dentisti italiani siano legati tra loro via FB come lo siamo noi, o che tutti i commercialisti abbiano una rete sociale così fitta e persistente come la nostra.
Dopo un paio di settimane di lontananza mi sono reso conto che per il mio lavoro non potevo fare a meno di essere social. Dovevo rigenerare i filtri al più presto. Pena l’assenza. Non soltanto da Faccialibro, ma l’assenza vera e propria.
Che sia FB o Twitter non importa. Non è la piattaforma che fa la differenza.
Secoli fa, all’alba di internette, c’era un problema tecnico che impediva l’ipersocialità spinta come quella che abbiamo oggi. No, non mi riferisco alle connessioni a carbonella tramite modem telefonico.
Un secolo fa, all’alba di internette, il computer era un aggeggio posato su un tavolo. Stava lì. Dovevi sederti di fronte a lui, accenderlo e poi usarlo.
In un certo senso, in quel periodo, potevi “stare lontano” dal computer.
Oggi no. Oggi è il computer che ti si è infilato in tasca, ed è lui che non vuole stare lontano da te. Così, ogni momento sociale reale deve fare i conti con il sociale del web.
E succede questo.

Perché la realtà, quella vera, quella in cui ti spacchi i coglioni a cena con la prozia Adelaide, o sei su un vagone della metro ad annusare la ascelle altrui, non potrà mai competere con la mirabolante realtà che trovi sui social network.
Quell’affare che tieni in tasca ti fa scegliere una realtà sociale piuttosto che un’altra. Dall’esterno potrebbe sembrare che non hai voglia di essere dove sei in quel momento, la maggior parte delle volte potrebbe essere così, ma non sempre.
Anche perché non c’è un’alternativa fisica al tuo scroll. Non è un posto quello che stai osservando, è un insieme di informazioni.
Con i dovuti filtri mentali e le dovute regole autoimposte, adesso, sì, posso e riesco usare FB. Soprattutto per quelli, tanti, che mi sono simpatici e che considero amici.
Voglio bene a delle persone che conosco solo tramite FB, e non ho voglia di doverci rinunciare per colpa del mio oltre-scazzo titanico.
Abbisogno di prendere le cose in modo diverso. E ho già cominciato.
Io fumo sul balcone.
La prima sigaretta del mattino è un rito per ogni fumatore che si rispetti.
Prima del mio stacco sociale, la mia prima sigaretta del mattino veniva consumata mentre mi aggiornavo su quanto era accaduto mentre dormivo.
Ora. Ora che ho ritrovato i miei filtri, fumo la mia prima sigaretta osservando la città che si sveglia. Fumo la mia sigaretta pensando. A cosa? Cazzate. Come sempre. Ma sono cazzate mie, e che mi servono.
Come Facciabbùk.
Ci sono tornato e sono di nuovo una bestia sociale. Ovviamente sono stato messo subito alla prova con una bella bordata di meschinità dall’infimo livello umano.
Ne ho riso.
Pensando ai soldi che si farebbe un buon terapista con alcuni soggetti.
Detto questo, oggi si ricomincia con la socialità.
Pure qui sul blogghe che latito da troppo.