Politica, virale, parodie e rivoluzioni.

Questo post non servirà a niente.
E’ troppo lungo, lo leggeranno tutto in un paio di persone e lo capiranno in pochi.
E’ un post che non serve, ma che scrivo ugualmente perchè è utile a me, per fare un punto della situazione. Mi serve come promemoria, per ricordarmi di tutta la faccenda sulla campagna Ingroia.
In questo momento specifico non ci sono i termini per ragionare. E’ il momento del tifo, del rigiramento delle frittate, dell’attaccarsi all’attaccabile pur di difendere l’indifendibile. E’ il momento, triste, in cui ambienti politici, testate giornalistiche, amici, colleghi, che reputavo vicini si stanno comportando come, se non peggio, dei loschi figuri che criticano e attaccano da sempre.
Ecco perchè questo post non servirà a niente. Non si ragiona, non si discute, non ci si confronta con gli ultras accecati dal sacro fuoco di ‘sta ceppa.
Questo post è diviso in due capitoli.
Il primo è sulle mie riflessioni personali. Roba mia, puoi saltarlo se non ti interessa.
Il secondo è una lezione gratis di tecniche di comunicazione e utilizzo dei sistemi narrativi.
Di solito vengo pagato per spiegarti quelle cose, oggi ti faccio lezione gratis. Spero che qualche giornalista possa trarne vantaggio, in modo da non usare più termini e concetti alla cazzo, piegandoli a seconda di come gli conviene.

RIFLESSIONI PERSONALI.
La mia formazione politica avviene negli ambienti anarchici milanesi degli anni ’90.
Arrivo da lì. Ho passato i miei vent’anni tra assemblee, collettivi, occupazioni, rivolte, controinformazioni, uscire dal ghetto e rompere la gabbia.
Poi, mi sono accorto che a furia di spazi alternativi, realtà mutanti e parallele, eravamo noi che ci costruivamo quella gabbia. Stavamo perdendo il contatto con il sociale, quello reale, quello che c’era fuori. Che va bene l’autonomia, ma l’isolazionismo era un po’ troppo.
Mi sono spostato a sinistra. Sono stato attivista di Rifondazione, ho comprato interi bancali di Lotta Comunista, ho partecipato, contribuito, mi sono mosso in gioco in prima persona, ho organizzato, militato, creato, e usato il mio lavoro e il mio talento per la causa.
Sono stato sullo stesso palco con Cofferati e Gino Strada. Qualcuno dirà: privilegiato! Io rispondo: no, sono stato capace di farlo. E’ diverso.
Ho detto la mia dai microfoni di Radio Popolare, mi sono sbattuto come non mai. Ho partecipato ad assemblee e discussioni dove la componente ideologica era così pura ed elevata che faticavo a capirne l’applicazione pratica. Ideologia. Pura. Utopica, supportata da una dialettica talmente alta e complessa da risultare incomprensibile per quel quarto stato che marcia verso il sol dell’avvenire.
Cercavo di capire, capivo in parte, applicavo in parte.
Poi, anche lì, mi sono reso conto che la componente ideologica, invece di liberare l’individuo, ne comprometteva ogni azione possibile, a partire dal caffè che bisogna bere, per arrivare al tipo di lavoro che bisogna accettare.
Anche in quel caso non si stava portando l’ideologia verso l’esterno, condividendola. No. Si stavano creando degli spazi di vita paralleli, all’interno di confini precisi dove quel piano ideologico era condiviso. Per stare sul sicuro.
Quello ha segnato la fine del mio attivismo e del mio impegno politico diretto. Mi sono ritirato nel mio eremo, a farmi i cazzi miei.
Ho letto le cose che scrivono i supporter di Ingroia sulla loro pagina Facebook. Sai che c’è?
Vent’anno di berlusconismo gli ha fottuto il cervello e non lo sanno neppure. Sono fascisti. Scrivono e si comportano da fascisti, senza saperlo, convinti di non esserlo, ed è una cosa agghiacciante.
Ho visto le reazioni di Liberazione e degli altri organi a sinistra, in merito alla faccenda della campagna a fumetti.
Certi giochi delle tre carte dialettiche me le aspettavo da Sallusti, non da voi.
Sono pervaso da un’amarezza profonda e glaciale. Mi viene quasi da votare sul serio Berlusconi, almeno lui non mi deluderà, perchè so che cosa aspettarmi da lui e dai suoi accoliti.
Ieri ho visto amici, colleghi, persone che stimo, prendere questa questione e rivoltarla come un calzino, andando a caccia di pagliuzze negli occhi altrui, mettendo in bocca agli altri parole che non hanno mai detto, buttarla in caciara, roba da far apparire Fede e la Biancofiore come dei dilettanti.
L’apoteosi finale: L’attacco alla Bonelli.

CAPITOLO TECNICO: PARODIE, FAKE, VIRALITA’.
Questo capitolo non lo capiranno soltanto quelli che non lo vogliono capire. Possiamo dire pazienza e vaffanculo?
E’ ora di finirla di parlare di cose che non si conoscono, usando termini e parole così per come vengono. Usate dei mezzi di comunicazione, senza conoscere quello che maneggiate.
La campagna a fumetti è una campagna virale.
Palle.
Per virale si intende un contenuto che viene diffuso come un virus, dove il messaggio e il committente non sono rappresentati subito in modo esplicito e diretto.
Ora: se per virale tu intendi una campagna organizzata in modo non ufficiale, non sai di che cosa stai parlando e usi le parole a minchia.
Una delle prime campagne virali che ho visto fu quella organizzata per il musical Cats. Nei mesi precedenti al debutto sui muri delle città apparvero degli occhi di gatto, realizzati con vernice spray e uno stancil.
Nessuno sapeva che cosa fossero quegli occhi di gatto fino a quando non apparvero i manifesti ufficiali dello spettacolo.
Ora, dimmi tu che cazzo c’è di virale in una campagna dove il nome del soggetto a cui è dedicata la campagna è in bella vista e presente in ogni contenuto.

La campagna a fumetti e una parodia.
Palle.
Per parodia si intende una riproduzione comica e ridicola di un contenuto qualsiasi, dove il contenuto stesso viene rivisto, rielaborato, in un ottica farsesca.
Questa è una parodia:

La logica parodistica è basata sul riconoscimento di quello che dovrebbe essere: Alien, e quello che viene rappresentato in realtà dal prodotto narrativo: Allen.
Un altro esempio?

Manzoni e i paperi.
Dove riconosci l’universo manzoniano, sai come dovrebbe essere, e lo leggi poi rappresentato nel mondo dei paperi.
Si citano spessi i manifesti parodistici della vecchia campagna di Berlusconi.
Si partiva da questo:

E la sua campagna veniva trasformata in questo:

E in mille altri derivati.
Un parodia semplice, dove l’elemento comico si basa sul gioco di parole, o sull’esasperazione comica dei concetti berlusconici, e l’applicazione a realtà e contesti che non appartengono alla campagna originale.
Di base però, si mantiene il rapporto comico tra quello che dovrebbe essere in realtà (un manifesto elettorale di Berlusconi) e quello in cui è stato trasformato (Uno sfottò, una critica verso Berlusconi)
Quindi, anche Game of Polthrones è una parodia.

Prende personaggi e concetti dalla serie televisiva e li usa per creare un effetto comico collocandoli in un contesto reale.
L’elemento comico viene colto da chi segue la serie, o da chi (come me) non ha visto la serie ma immagina il senso e il ruolo dei personaggi usati.
Anche in quel caso, c’è un calambour a chiudere il concetto: dove Game of Thrones viene trasfornato in Game of Polthrones, per lanciare il messaggio critico del gioco delle poltrone della politica italiana.

Ora dimmi dov’è la parodia in questo manifesto?

Se, per parodia, intendi che un personaggio dei fumetti non possa fare da testimonial per una campagna politica, vengo a prenderti sotto casa con un machete.
Tra l’altro, in questa campagna, a livello di contenuti, non c’è un distacco comico tra il messaggio presentato e l’ipotetico contenuto parodistico.
I personaggi esprimono delle idee riconducibili direttamente ai valori politici della lista rappresenta.
L’analogia è diretta, esplicita, presenta un contesto comunicatico plausibile, non parodistico.
A meno che…
A meno che la parodia non sia legata al fatto che Rivoluzione Civile NON segue, NON persegue e NON condivide i concetti politici espressi dai personaggi usati.
Allora sì, allora sarebbe una parodia, come in questo caso:

Per cui, spiegami. I manifesti/fumetti di Rifondazione Civile sono delle parodie perche non condividono le idee espresse nei manifesti, così come è stato pariodiato il manifesto di Casini?
La campagna a fumetti è un Fake.
Palle.
Sarebbe un Fake se rappresentasse un movimento politico inesistente.
Questi sono fake:

Questo no:

Perchè la lista esiste.
C’è.
La troverò sulla mia cartella elettorale.

Tutto il resto, tutto quello che è stato detto e fatto dopo, sono solo abili manovre per garantire riserve idriche al proprio mulino.
Mi stupisce che nessuno abbia ancora detto che virale o no, ufficiale o no, fatta da fan o da professionisti, questa campagna è completamente sbagliata.
A meno che…
A meno che l’importante è che se ne parli, costi quello che costi. Avere articoli sui giornali, interviste ai pasdaran del copyright e travisare completamente il senso delle cose.
Come e peggio degli avversari che vorrebbero battere.
Bravi.
Ancora bravi.

Chiudo questo inutile post dicendo che l’intervista “Valido Per L’Espatrio” di oggi non la metterò on line, per rispetto verso l’intervistato. Si ritroverebbe ad avere a che fare con gli ottocento ultras che piomberanno qui ad arrampicarsi sugli specchi, fare dei distinguo, giocare con la dialettica e dire una marea di cazzate.