Colazione a Lucca Comics.

Dopo un venerdì notte impegnativo in piazza anfiteatro, mi alzo il sabato mattina presto per fare una cosa che nulla c’entra con i fumetti. Robe mie. Fattimiei.
Lucca è ancora abbastanza tranquilla.
C’è gente in giro, ma non troppa. Non c’è il delirio infernale di persone/cose/comitive/città/animali/targhe di automobili che si scatenerà nel pomeriggio.
Deambulo, piuttosto rintronato, diretto alla mia meta. Incrocio uno dei miei super capi, che nota il mio aspetto zombesco e se la ride.
Riesco comunque a sbrigare la mia commissione, prima del primo caffè, e prima che arrivi la calata degli unni.
Arrivo nella piazza Assassin’s Creed verso le nove e mezza. C’è un bar pasticceria con dei tavolini fuori. Molti sono liberi. Mi siedo. Penso: faccio colazione con calma. Caffè, focaccina, sigaretta. E forse sigaretta più sigaretta, che da quando fumo solo sul balcone, il tabagismo da seduti è un lusso.
Ironia della sorte, il bar pasticceria porta il nome di uno sceneggiatore di fumetti. Coincidenze. Però è uno che mi sta simpatico, per cui colazione “da lui” la faccio volentieri.
La piazza è relativamente tranquilla. Ci sono un paio di cosplayer assonnati, alcuni lettori eccitati, alcuni fan che si preparano ad una lunga giornata di festa a Lucca Comics and Games.
Arriva la cameriera.
Russa. No, non è una che dorme tagliando alberi, è proprio arrivata da oltrecortina, come si diceva una volta.
Noto come tutte le cameriere lucchesi siano straniere. Non è un problema, ci mancherebbe.
Indossa un cappello tricorno da pirata, ed è più scazzata di un marinaio svizzero con la nostalgia di Bellinzona, mentre naviga sul mare di Celebes.
Non è un problema, ci mancherebbe.
Ordino e dopo un po’ arriva, tra il rollio e il beccheggio, posa sul mio tavolino un caffè, la focaccina e lo scontrino.
Pago. E lei dice:
Meno male che domani è finita.
E io ci rimango male. Ci rimango male per diversi motivi. Vorrei dirle:
Tesoro, non sono neanche le dieci, con questo atteggiamento non arrivi viva alle cinque di pomeriggio.
E poi, che cosa finisce? Finite di fare soldi? Finite di lavorare?
E poi, visto che io faccio parte di “questa cosa che domani finisce”, mi stai dicendo che era meglio se non venivo?
Penso tutte queste cose. (Roberto le avrebbe dette, ma questa è un’altra storia e un altro post.)
E così, mentre il mio umore va giù accompagnato da un assolo di Balalaika, mi ritrovo a fare un pensiero sensato da persona matura, da neo pater familias.
Penso che Valentina Vladimirovna Tereshkova abbia ragione. Perchè lei viene pagata uguale, non importa se serve due o duecentomila caffè. Per lei è uguale. Per il suo capo no, ma per lei si.
Per cui, sarebbe il suo capo che, in un mondo perfetto, avrebbe dovuto dirle:
Mia cara Svyatoslava, nei prossimi giorni qui ci sarà la tempesta perfetta. Ti pago di più, sii felice e trasmetti la tua felicità a tutti i nostri graditi clienti.
Invece no. Niet.
Come sempre, i problemi italici si scaricano sugli anelli più deboli della catena: il cliente, che si ritrova ad avere a che fare con una matrioska/pirata ringhiosa, e la suddetta Ninotchka, che si ritrova ad essere pagata uguale, anche se per tre giorni si fa un mazzo bibilico a servire tutti questi strani capitalisti piovuti dal nulla, costretta pure ad agghindarsi come una scappata in veliero da un gulag.
Che, dai gulag, essendo notoriamente un arcipelago, è ovvio che ci si scappi con un natante.
L’impressione, giuro, partendo dalla piratessa ed estendendo l’impressione fino a tirarla in termini generali è che ai lucchesi il festival di Lucca Comics and Games faccia venire l’esaurimento nervoso. Non soltanto alle cameriere della steppa.
A tutti.