Ger Magna Grecia

Ormai lo sai, il calcio non lo seguo e non ci capisco proprio niente. Però ogni tanto una partita la guardo. Mondiali o europei, tutto qui.
Ieri ho visto Germania Grecia, e nel mio non capire una fava di calcio, quello che ho visto è stato il trionfo dell’antisportività.
Raccontamela come cazzo ti pare, dimmi pure che il leone usa comunque tutta la sua forza anche per uccidere un coniglio, ma dal mio punto di vista c’è differenza tra vincere, e il vincere con eleganza.
Sulla partita pesavano in modo fortissimo tutte le metafore del momento. E quello che ho visto non è stata una vittoria calcistica, è stato un ennesimo, gratuito, violento tassello del diktat germanico: facciamo il culo ai greci.
I due elementi: sport e politica si mescolavano, sovrapponendosi minuto dopo minuto.
La panchina che esultava come se stessero battendo la squadra di calcio più forte del mondo, la Merkel in tribuna che urlava la sua gioia belluina, forse per i goal, forse perché ha afferrato per i coglioni un intero continente e mantiene saldissima la sua presa.
In campo, i Greci. Consapevoli di essere al centro di una metafora e non di una partita di calcio.
C’è chi mi parla spesso dello spirito del calcio, e di tutti gli ammeniccoli sportivo/mitologici che quel gioco (per me del cazzo) si porta dietro.
Se lo spirito del calcio esistesse sul serio, ieri i Greci dovevano vincere. Punto.
Così non è stato.
La Germania poteva vincere dando una lezione di stile, in una partita così delicata sul piano politico.
Così non è stato.
Posso capire che nella mentalità germanica ci sia il godimento nel “vincere facile”, ma ieri il livello era quello della gara di braccio di ferro di Aldo-Giovanni-Giacomo con il ragazzino all’autogrill.
Uguale. Con le stesse, isteriche, scene di giubilo.